Uno, dieci, cento, mille Al Pacino. Venezia fa spazio al mito cinematografico americano per eccellenza giunto alla 71esima Mostra del Cinema con ben due film – The Humbling (fuori concorso) e Manglehorn (concorso) – che si vanno ad aggiungere ad un’altra quarantina di titoli – dal Padrino a Insider, da Serpico a Scarface – che hanno fatto la storia del cinema dagli anni settanta ad oggi. Così a Michael Corleone, Tony Montana e Carlito Brigante si accodano Simon Axler e A.J. Manglehorn: il primo, protagonista di The Humbling per la regia dell’intramontabile Barry Levinson, è un grande attore teatrale settantenne dell’East Coast che perde improvvisamente il dono di recitare e finisce in una blanda e ipnotica depressione da cui uscirà grazie all’avvicinamento sentimentale con una giovane donna; il secondo, protagonista di Manglehorn per la regia di David Gordon Green, è invece il proprietario di una ferramenta in un piccolo paese del Texas che rimugina di continuo la lontananza decennale dall’unica donna che l’aveva reso felice e a cui invia lettere di continuo che ritornano indietro.

Tante le somiglianze tra i due personaggi (il momento di impasse mentale, la forte personalità, ecc.), ma anche parecchie le differenze nell’approccio recitativo e nella resa sullo schermo del 74enne attore newyorchese che nel film di Levinson soffre la crisi sul palco mentre, proprio come per il Pacino attore nella realtà, recita da anni il Re Lear di Shakespeare: “Simon sta invecchiando e i sentimenti verso il suo lavoro stanno svanendo”, spiega Pacino, braccialetti di pelle, t-shirt nera e occhiali da sole durante l’incontro con la stampa, “gli attori di palcoscenico hanno bisogno di memoria e la stanchezza che accumulano nella ripetizione giornaliera dei monologhi e delle battute li porta a quel logorio umano ed intellettuale che abbiamo cercato di trasporre in The Humbling”. Similitudini con il vero Al Pacino paiono comunque non esserci: “Non ho mai pensato di chiudere la mia carriera. Mi sento fortunato perché non ho nemmeno grossi rimpianti: soprattutto se penso da dove sono venuto e ai problemi avuti da giovane”.

E’ un Pacino rilassato, quello che si concede alle curiosità e agli aneddoti della sua vita professionale: “Ricordo all’inizio della mia carriera, quando girai Lo Spaventapasseri con Gene Hackman, faceva molto caldo sul set di un paesino della California. Gene indossava per la parte diversi strati di abiti. Lo guardavo e mi chiedevo se fosse pazzo. Nel tempo ho capito: stava semplicemente facendo il lavoro che amava”. Così nella giornata dei due film, quello di Levinson e Gordon Green, produttivamente indipendenti, c’è spazio anche per Hollywood: “Su Hollywood non ho molto da dire, non so cosa succede da quelle parti. Certo la struttura economica degli studios è cambiata perché è cambiata l’economia, ma io davvero là non ci ho praticamente mai messo piede. Con Coppola e Lumet girai sempre nella costa Est. Di fondo faccio film come questi portati a Venezia, roba che loro non fanno. I grandi alla Orson Welles che hanno fatto fiorire gli studios non ci sono più: è cambiato lo spirito e sono cambiati gli obiettivi commerciali”.

“Comunque producono film fantastici”, conclude ridendo, “ho appena visto Guardians of the Galaxy con mio figlio più piccolo, ma di mia spontanea volontà non ci sarei andato”. Pacino scansa le polemiche di chi gli chiede della presenza in spot pubblicitari (“Io, Gordon Green, Levinson e Scorsese ad esempio li abbiamo fatti per guadagnare soldi da investire in film fatti a nostro modo”), elogia la scuola dell’Actors Studio (“Fu magnifico, era tutto gratis, io non avevo un dollaro e ci regalavano le scarpe mentre la fondazione James Dean ci pagava l’affitto dell’appartamento”). E chiude: “Una mia crisi? Depressione dell’artista? Il mio aereo non sta ancora atterrando. Mi sembra la metafora giusta, no?”.