Di Giulio Andreotti non avete capito nulla. Parola del critico, storico del cinema e della tv, Tatti Sanguineti che porta al 71esimo Festival del Cinema, nella sezione Venezia Classici, il documentario “Giulio Andreotti – Visto da vicino”. Una lunga carrellata di tantissimi ‘campi’, con il viso del celebre senatore a vita deceduto nel maggio 2013 nel salotto di casa, e non pochi ‘controcampi’ con immagini d’archivio tra Settimane Incom, film tagliati e foto d’epoca tra anni ’50 e ’60 che vedono Andreotti coinvolto in prima persona.

“Qualche giorno fa un importante quotidiano italiano ha parlato dei film di Pasolini. E nel pezzo citava le parole dette da Andreotti su Umberto D. ‘I panni sporchi si lavano in famiglia’”, quasi urla Sanguineti durante la conferenza stampa del film al Lido. “La frase si usa sempre in modo generico ma chi lo fa non sa davvero cosa successe in quel periodo”.

Correva l’anno 1947 e Giulio Andreotti diventava sottosegretario alla presidenza del Consiglio, governo De Gasperi, con delega allo spettacolo. L’incarico dura fino al 1953 e, secondo Sanguineti e il fido cointervistatore Pier Luigi Raffaelli, l’ex Dc dovrebbe essere ricordato per parecchie cose ‘buone’ regalate all’Italia e ancora di più al cinema italiano. Salva subito l’Istituto Luce e il suo archivio; riapre gli studi di Cinecittà (“senza manganellare i profughi istriani lì rifugiati”, spiega Sanguineti), riporta la Mostra del Cinema al Lido di Venezia. Ma soprattutto nel 1949 emana la legge di sostegno al cinema di casa nostra imponendo una tassa sul doppiaggio dei film americani e creando le premesse di una nuova classe di produttori e produzioni italiane.

“Mentre lavoravo ad un libro sull’ex comandante partigiano e comunista Rodolfo Sonego, lo sceneggiatore per eccellenza del democristiano Alberto Sordi, lo stesso Sonego mi disse: ‘Se vuoi capire cosa è successo nei primi anni del dopoguerra devi andare da Andreotti. Lui ha ammazzato cinque film, ma ne ha fatti nascere 5mila'”. Ecco allora 95 minuti di final cut – al montaggio l’attore e regista bolognese Germano Maccioni – dopo oltre 300 ore di girato tra il 2003 e il 2005, 21 sedute con domande e risposte.

“Tra il ’45 e il ’47 le produzioni americane avrebbero potuto spazzarci via – continua Tatti – Andreotti ci ha salvati e io gli ho reso giustizia. Non come Sorrentino che l’ha ritratto come Topo Gigio ne Il Divo, o Pif come plurimandatario degli omicidi di mafia ne La mafia uccide solo d’estate”. Così Andreotti rinasce a nuova vita da salvatore dell’industria patria e cinefilo appassionato: prima l’elogio al Dottor Jekyll e Mr. Hyde di Victor Fleming (“Mi ha sempre incuriosito nei film e nella vita la persona che è sia angioletto che demonio”, dice), la nascita della foglia di fico a coprire le pudenda del David fiorentino icona dei servizi ‘taroccati’ della Settimana Incom, le singole parole indesiderate scomparse dai film di Totò, Sordi e Raf Vallone, fino alla frase su De Sica – di cui però diventerà amico, come con la Magnani – e alla censura di Anni Facili “tra burocrazia corrotta e bustarelle era diffamatorio verso il nostro paese”.

Capitolo a parte la morale sessuale formulata dalla poltrona mentre Andreotti rivede alcune scene di nudo e di sesso: la passione per la Pampanini (“meglio dell’anoressica Isa Barzizza”), la censura de Il Diavolo in Corpo di Autant-Lara, fino all’“accoppiamento tra cavalli” di Ultimo Tango a Parigi e “alla monta taurina” del Grande Fratello (“Una cosa che contesto a Berlusconi è aver portato quel programma in Italia”). “Andreotti era del ’19, una generazione diventata adulta con i film fiammeggianti come Duello al sole ed era quindi attratto dai film con donne procaci”, chiosa Sanguineti. “Dopo di lui venne Oscar Luigi Scalfaro e fu più cattivo nel censurare”. Prodotto dall’Istituto Luce, il film è sostenuto e accompagnato a Venezia dal Comitato Giulio Andreotti che promuove immagine e storia del politico democristiano “tentando di divulgarne gli aspetti meno conosciuti”.