Durante quasi tutto il secolo scorso l’espansione economica determinata dall’industrializzazione nei paesi democratici entrati nella sfera d’influenza americana, ma sollecitati a migliori principi di eguaglianza sociale sotto la forte spinta politica esercitata dai paesi a regime socialista, ha consentito il raggiungimento (più in Europa che in America però) di sostanziali conquiste sociali che hanno prodotto, a fianco della crescita economica, un migliore equilibrio nella redistribuzione dei redditi prodotti.

Lo sviluppo economico benché tormentato dalle “lotte sindacali“, dagli scioperi e dalle proteste dei lavoratori che chiedevano (e ottenevano in qualche misura) di migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro, ha quindi prodotto in questi paesi condizioni di vita per tutti (in linea generale) assolutamente migliori di quelle vissute dagli stessi popoli nei secoli precedenti. Il progresso è stato riscontrabile quindi non solo sul piano dell’economia ma anche sul piano delle libertà democratiche e delle conquiste sociali. Nei posti di lavoro non si parlava solo di incrementi salariali, ma anche di “qualità della vita”. La tutela della salute, il diritto dei lavoratori, il tempo libero, sono stati percepiti ovunque, in questi paesi regolati da norme dello Stato che li ha fatti sembrare “diritti inalienabili”.

Ciò che è successo negli ultimi vent’anni, con l’avvio delle liberalizzazioni e della globalizzazione, fa ritornare la civiltà democratica indietro di quasi un secolo, nonostante le mirabolanti invenzioni che hanno caratterizzato il ventesimo secolo. Il risultato degli eccessi prodotti dalle liberalizzazioni è stata la “Grande Recessione” del 2007, poi sfociata nel 2011 anche in Europa.

E gli europei come l’hanno affrontata?

Benché sconsigliati dai migliori economisti a livello mondiale, il presidente della Bce (Trichet a quel tempo) e i commissari europei hanno voluto imporre una politica di severo rigore economico assolutamente fuori tempo e hanno così provocato una crisi gravissima in tutto il continente che ora è compito dei nuovi governi cercare di risolvere.

Non si può quindi dare colpa alla “generazione Renzi“, arrivata dopo, di quelle sciagurate scelte, tuttavia è loro compito e dovere farsene carico ora per correggere gli errori e riavviare l’economia italiana in grave stato di sofferenza. Invece, assistiamo con poche differenze alla solita sequela di promesse politiche largamente inattuabili. Soprattutto quelle sul lavoro e sulla ripresa economica.

Lasciamo perdere per un momento l’obbrobrio delle riforme istituzionali proposte da Renzi in coppia col pregiudicato Berlusconi, ma sul piano del lavoro, quali sono le proposte per rilanciare l’occupazione? Chiacchiere! Non c’è niente nel programma di Renzi che possa avere una vera possibilità di risolvere il problema del lavoro per tutti.

Negli Usa stanno già studiando dei piani di collaborazione tra imprese, scuole e università al fine di programmare un sistema in grado di agevolare l’incontro tra l’offerta di lavoro generata dalle imprese e la domanda di impiego professionale (cronicamente in eccesso ormai) dei giovani diplomati e laureati che arriva dal sistema educativo nazionale.

Ma c’è almeno qualche probabilità che si possa ritornare alla piena occupazione?

In America forse, in Italia no.

Come può l’Italia (ma anche gli altri partner europei) sperare di uscire stabilmente dalla crisi senza prima aver raggiunto la piena occupazione? L’Italia tra l’altro è anche soffocata da un debito ingente e da condizioni capestro imposte dagli sprovveduti commissari europei.

Parlano tanto della necessità di ripristinare la fiducia degli investitori, senza la quale viene a mancare il denaro per gli investimenti. Incredibilmente, invece, nessuno parla della fiducia dei lavoratori! Eppure è altrettanto importante, perché senza la serenità del lavoro e del reddito che ne deriva vanno in crisi la famiglia, la società, la nazione.

Dove non c’è lavoro e adeguata distribuzione del reddito tutto entra in tensione e in competizione (anche violenta) per accaparrarsi quel poco reddito che la spirale negativa tende costantemente a ridurre. Questa è l’incognita del futuro e il problema contingente è quello della disoccupazione, che in Italia è persino tuttora in crescita.

L’America può già pensare al futuro, l’Italia no, deve pensare prima al presente, perché se non riesce nei prossimi due–tre anni a riportare il tasso di disoccupazione ad un livello di sostenibilità sociale non ci sarà nessun futuro. Ma cosa fa il nostro governo, insieme alla sua maggioranza delle larghe intese, in un momento di così estremo pericolo per la nazione?

Gioca con le riforme istituzionali e costituzionali al fine di consolidare il suo potere e la poltroncina rossa ai compagni di partito (senza i quali il governo cadrebbe subito).

Un governo serio, in un momento così grave, penserebbe a cosa fare per inventare lavoro a tutti i livelli. In questa fase sono soprattutto quelli meno professionalizzati a soffrire di più, quindi è a questi che il governo dovrebbe provvedere con urgenza, agli altri ci penseranno le imprese. I soldi spesi per dare lavoro a qualcuno (nei casi estremi anche un lavoro non strettamente necessario) non sono mai sprecati, perché entrano nell’economia e contribuiscono a ripristinare la fiducia dei consumatori, anche questa indispensabile per uscire dalla crisi. Queste sono le riforme da fare!

Occorre coprire in questo modo i prossimi 10 – 20 anni, per sostenere l’economia in questo grave periodo congiunturale e di assestamento della globalizzazione, ma occorre far presto, perché con la crisi le imprese buone vengono risucchiate all’estero (dalla globalizzazione) e quelle non buone nessuno le salverà.

Se la crisi dura troppo diventa cronica e non se ne esce più. E se è l’Europa a tenerci incatenati, spezziamo la catena, non c’è alternativa.