L’incontro con Andreotti senza bacio, l’innesco dell’autobomba di via d’Amelio nel citofono di casa Borsellino, la strage Chinnici e quella Falcone: in mezzo le minacce a Di Matteo e le accuse a ProvenzanoTutto raccontato dalla viva voce di Salvatore Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra, l’uomo delle stragi, intercettato dalla procura di Palermo da agosto a dicembre del 2013. Sono cinque mesi conditi di rivelazioni, minacce e parole ambigue quelle che captate dalle telecamere della Dia nel cortile del carcere di Opera: lì per un’ora a settimana Riina passeggia con Alberto Lorusso, ambiguo esponente della Sacra Corona Unita, appassionato di codici cifrati e informatissimo osservatore dei fatti di cronaca giudiziaria che riguardano in qualche modo ‘u curtu.

Da dove nasce l’inedito rapporto di fiducia tra Riina e Lorusso è una questione ancora al vaglio degli inquirenti: è un fatto però che il boss corleonese regala al compagno di socialità (e quindi anche alla Dia che li intercetta) ricostruzioni inedite di trent’anni di terrore, ma anche rivelazioni che in passato avrebbero potuto influire sulla storia giudiziaria recente. Come quella che si lascia sfuggire il 29 agosto del 2013: Giulio Andreotti è morto da tre mesi, onorato dal ricordo delle più alte cariche istituzionali, quando Riina torna sull’argomento. “Balduccio Di Maggio dice che mi ha accompagnato lui e mi sono baciato con Andreotti. Pa… pa… pa”: come dire che il bacio che negli anni del processo per mafia al Divo Giulio riempiva le pagine dei giornali non c’è mai stato. Poi però arriva la stoccata. “Però con la scorta mi sono incontrato con lui: si tenevano nascosti ed erano fidati, la scorta sua erano fidati”.

Quando sarebbe avvenuto l’incontro tra il capo dei capi e il sette volte presidente del consiglio non è dato sapere, Riina però fa cenno al fatto che dopo la prescrizione, Andreotti sia morto onorato dal ricordo delle più alte cariche costituzionali: “Questi l’hanno salvato, questi, questi l’hanno salvato e si è salvato per questo. E si salvò”. Diverso e ben più negativo invece il giudizio che il boss da su Silvio Berlusconi, il 16 novembre, quando l’ormai ex cavaliere è decaduto da senatore. “Dovrebbero metterlo in galera a vita”, sentenzia il boss, che poi lancia il suo anatema “Noi su Berlusconi abbiamo un diritto: sapete quando? Quando siamo fuori lo ammazziamo”.

E se nelle sue passeggiate con Lorusso, Riina non manca di lanciare la sua condanna a morte per il giudice Nino Di Matteo (“A questo ci devo far fare la stessa fine degli altri: la fine del tonno il tonno buono”), diverso è il discorso quando rivendica per la prima volta le stragi di Capaci e via d’Amelio. Soprattutto perché dalle parole di Riina, emerge una verità inedita. Nel caso di Borsellino, sarebbe stato lo stesso magistrato ad attivare l’autobomba che lo uccise, schiacciando il citofono che era collegato all’innesco. Un meccanismo raffinato, che fa pensare a una preparazione quasi ingegneristica degli attentatori, e di cui Riina va fiero. “ll fatto che è collegato là è un colpo geniale proprio. Perché siccome là era difficile stare sul posto per attivarla… Ma lui l’attiva lo stesso”.

Ancora senza spiegazione, invece, è ciò che il boss racconta delle ore successive alla strage di Capaci. “Totò Cancemi mi dice che dobbiamo inventare che la morte di Falcone… Gli ho detto: e che ci devi inventare? Se lo sanno la cosa è finita, non dobbiamo discutere, non c’è niente da discutere”. Le domande sollecitate da questo stralcio di conversazione sono molteplici: perché Cangemi e Riina dovevano “Inventarsi” qualcosa sulla morte di Falcone? E qual è il mistero che non si deve rivelare, perché altrimenti “la cosa è finita”? Cancemi, fedelissimo di Totò, un anno dopo la strage di Capaci si consegna spontaneamente alle forze dell’ordine, chiedendo di collaborare con la giustizia. Da pentito dirà che Riina fu “portato per la manina” a fare le stragi, sia dal punto di vista operativo che nella scelta dei tempi.

Cancemi fu anche il primo a fare i nomi di Berlusconi e Dell’Utri, ipotetici destinatari di un elenco di richieste di Riina. Su quella storia da inventare su Capaci, invece, nella sua lunga collaborazione, il pentito oggi detenuto non ha mai detto nulla. E nemmeno Riina, nelle sue lunghe passeggiate con Lorusso, ci è più ritornato.