La nebulosità del linguaggio politico è una costante che accompagna indistintamente quasi tutti gli uomini pubblici, ma talvolta sconfina nell’inganno semantico finalizzato a carpire la buona fede dei cittadini o, nei casi peggiori, ad aizzare alcuni cittadini contro altri.

Un caso emblematico mi sembra quello delle pensioni e del modo nel quale governi e anche opposizioni ne hanno parlato negli ultimi anni; la definizione di “pensione d’oro” in primis è stata creata associandole una connotazione negativa che, amplificata anche ad arte dai media e dai ministri di turno, ha finito per generare un clima quasi da caccia alle streghe; eppure i termini in sé non destano nei lettori la stessa acredine se presi separatamente, non si sentono richieste forcaiole di tagliare stipendi d’oro di lavoratori attivi anche quando sono più alti dei 90.000 euro lordi che sembrano essere la soglia della terra dell’eldorado, né la parola pensione da sola suscita per ora reazioni aggressive.

L’associazione delle due invece scatena la rabbia e il motivo è che i maestri del controllo della mente collettiva sono riusciti a contrabbandare l’idea che: pensione d’oro = furto o privilegio; che poi questa operazione orwelliana sia servita a colpire anche le pensioni da 1.600 euro lordi/mese sembra essere sfuggito a quasi tutti ma, fermandosi a quelle effettivamente alte, si dovrebbe ben distinguere quelle che si sono graziosamente costituite tramite generosi regali (privilegi) da quelle che invece provengono da contributi previdenziali ingenti versati anno dopo anno per lustri; per i primi (privilegiati) forse la malevola definizione può essere presa come un effetto collaterale necessario per godersi il privilegio, ma per i secondi è un’offesa gratuita che disturba alquanto, di più dei prelievi economici che vengono effettuati anche sui loro assegni non privilegiati.

E, parlando di prelievi, veniamo al secondo inganno semantico che prosegue nella falsariga del primo, di nuovo con intento malevolo: rendendosi ben conto che l’istituzione di nuove tasse sulle pensioni avrebbe suscitato malcontento e resistenze (dialettiche), hanno pensato bene di denominarle contributi di solidarietà e/o de-indicizzazione. Nel primo caso l’intento assai male celato era quello di far passare i pensionati che protestavano come insensibili, gretti, perfidi esseri socialmente pericolosi che rifiutano di fare solidarietà, nel secondo quello di mascherare puerilmente un innalzamento di fatto delle tasse, che si chiama fiscal drain, da semplice mantenimento dello status quo.  Tutti i pensionati e pensionandi faranno in tempo ad accorgersi anche degli effetti fiscali perversi e definitivi della de-indicizzazionse il progetto Draghi/Renzi di alzare l’inflazione al 2-3% dovesse andare in porto; ma su questo tocca confidare nella Merkel.

In buona sostanza, tasse addizionali che hanno portato le aliquote marginali per i soli pensionati al 49, 55 e 61%, mentre per i restanti cittadini restano al 43%, sono state amabilmente definite “contributi“, mentre i termini corretti dovrebbero essere casomai “restituzione“, nel caso di pensioni generose (vedi sopra), oppure “imposta selettiva” per le pensioni in regola con i contributi; parallelamente un incremento di fatto e per sempre di tutte le aliquote delle pensioni de-indicizzate, che potrebbe avere l’entità tra il 6 e il 10%, viene contrabbandato per un temporaneo mantenimento delle posizioni.

Eppure non sarebbe difficile chiamare le cose con il loro nome e spiegare perché le si fa: si devono eliminare alcuni privilegi pensionistici e pertanto si tagliano le pensioni. Ah, già, in tal caso occorrerebbe escludere dai tagli quelli che quei privilegi non li hanno e quindi lavorare sodo per distinguere. Altrettanto: occorre altro gettito fiscale e si aumentano le aliquote. Ops! Ma allora si dovrebbero aumentare a tutti i redditi e quindi come si farebbe a vantarsi di abbassare le tasse? E poi: ci vogliono sacrifici straordinari data la situazione e quindi bisogna ricorrere anche al blocco delle rivalutazioni… eh, ma allora bisognerebbe chiedere sacrifici straordinari a tutti. Con tutte queste controindicazioni e complicazioni che costringerebbero a lavorare sul serio, meglio fare un’operazione comunicativa che faccia calare la notte nella quale “tutti i gatti sono bigi”, e per giustificare la mattanza indiscriminata tacciare preventivamente chi si oppone di asocialità e di usurpazione di ricchezza sottratta.

Credo di interpretare abbastanza bene il pensiero dei pensionati (che frequento) nell’affermare che sarebbero dispostissimi a dare il proprio contributo anche elevato, in piena consapevolezza della necessità del momento e del bisogno di dare un futuro migliore alla prossima generazione (che poi è fatta anche di propri figli e nipoti) purché fosse richiesto in modo differenziato tra chi ha avuto anni o lustri di privilegi e chi no oppure, nel caso in cui fosse richiesto fiscalmente in base all’importo della pensione senza riguardo ai privilegi passati e presenti, purché fosse richiesto a loro e agli altri percettori di reddito nella stessa misura.

Di fronte, viceversa, a prelievi indiscriminati e con l’aggiunta di giochi semantici spregevoli per colpevolizzare, il senso dello stato, dell’urgenza del momento, della condivisione dei sacrifici viene meno e ci sono e ci saranno resistenze, opposizioni, proteste, ricorsi. Ma di questa attitudine la responsabilità risiede tutta con i comunicatori semanticamente rapaci e non con i pensionati.