Il potere eccita. Il potere logora. Come reagire quando (inevitabilmente) viene a mancare? Esistenziale ed eterna, la questione – diversamente espressa – sembra al centro dell’apertura della 71ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che oggi si apre con una doppietta gustosa di alto cinema: Birdman del messicano Alejandro González Iñárritu (nella foto insieme al cast) per il concorso Venezia 71 e President dell’iraniano Mohsen Makhmalbaf. Il primo racconta la storia di un divo hollywoodiano (il redivivo Michael Keaton) divenuto star interpretando il supereroe Birdman e che ora, ultra 50enne, vuole cimentarsi con Broadway, adattando, dirigendo e interpretando un racconto scritto da Raymond Carver. Ma l’amara verità di sentire che il mondo non è (più) ai suoi piedi lo porta a una crescente autodistruzione. Il secondo si ferma ad osservare un feroce dittatore che vede il proprio potere sbriciolarsi davanti a un golpe militare: è costretto a nascondersi col nipotino e a travestirsi “mescolandosi al suo popolo” per evitare di essere catturatogiustiziato.

Più che di attualità, i due buoni e autoriali film d’apertura sviluppano temi e sentimenti con cui prima o poi è doveroso confrontarsi, da qualunque cultura, società, lingua e generazione si provenga. E per farlo entrambi i registi escono dai propri confini: il messicano a New York per scelta, l’iraniano in Georgia per noto e ormai permanente esilio. Ma, mentre quest’ultimo permane nel dramma senza appello alleviato unicamente da quel cinema-poesia che da sempre lo caratterizza, Iñárritu si spinge fuori dalla sua “comfort zone” ovvero la tragedia acclamata della sua filmografia, per osare un tono diverso, quello di una commedia molto agra e a tratti dolce, di certo consapevole.

“Ero in effetti stanco di tanto dramma, ed è stato bello scoprire di potere ridere su un set. Questo per me è un film sperimentale, mi sono esposto fino alla morte per farlo”, ha dichiarato in conferenza stampa, ovviamente la più attesa della giornata di apertura del festival, piena di star del cinema. Da Keaton ad Edward Norton, da Emma Stone a Naomi Watts. Allieteranno certamente la serata di apertura di una Mostra sulla carta meno glamorous e più “critica” degli anni recenti. E sarà bello capire come il pubblico accoglierà il ritorno del pioniere dei supereroi, quell’indimenticabile Bruce “Batman” Wayne che nel 1989 inaugurava il dittico sull’eroe DC Comics per Warner Bros diretto da Tim Burton.

Oggi, a quasi 63 anni (li compie il 5 settembre), ha ritrovato se stesso in un personaggio costruitogli “su misura” dal regista messicano, proprio come Darren Aronofsky aveva resuscitato Mickey Rourke in The Wrestler: come avrebbe reso efficacemente l’immaginario finto/reale attorno a Birdman non avesse incarnato a sua volta un supereroe? E non a caso Iñárritu, il perfezionista, lo ha circondato da divi che a loro volta hanno recitato in superhero movies, a partire da Emma Stone già girlfriend dell’ultimo Spiderman. Va da sé che nel film regni sempre l’equivalenza attore/maschera (sugli sfondi di una Broadway similHollywood campeggia spesso la locandina del musical The Phantom of the Opera), ma attenzione, ci sono attori e ci sono “celebrity” come insegna il critico teatrale del Times, odiato e rispettato omnia parte.

Siamo nei territori del prendere l’ultimo treno del successo, ma anche di una fantasiosa rilettura di ogni Viale del tramonto nonché (per certi versi) del romanzo The Humbling (Umiliazione) di Philip Roth che – guarda caso – sarà offerto nel suo primo adattamento per il cinema proprio qui al Lido, fuori concorso e con protagonista un Al Pacino da garanzia diretto da Barry Levinson.