Nelle ultime settimane il rapporto uomo grandi carnivori, nella fattispecie l’orso, la fa da padrone sulle pagine dei nostri giornali che si parli di carta stampata come del web. Dalle valli della Provincia di Trento con Daniza, alle predazioni di M25 in Valtellina, alle scorribande di Gemma nella Valle del Sagittario in Abruzzo, è tutto un ribollire di notizie, dichiarazioni, prese di posizione e allarmistiche previsioni che nulla hanno spesso a che vedere con il serio approccio che tale materia e tali questioni richiedono. Da sempre ed ovunque nel mondo, dove la specie umana è arrivata a colonizzare stabilmente territori dei più remoti ed ostili, si parla di conflitti con i grandi carnivori, spesso esacerbando posizioni soggettive a scapito di una razionale e puntuale analisi scientifica della situazione.

In questi giorni ciò di cui si sta parlando è quel conflitto inteso come il risultato dell’interazione tra le diverse attività antropiche e i grandi carnivori, con una attenzione all’orso in questo caso, una specie di elevatissimo valore conservazionistico il cui futuro nel nostro paese appare tuttora incerto, proprio perché i conflitti tra uomo e plantigrado appaiono lontani dall’essere risolti. Senza dubbio questa interazione tra uomo e fauna causa un impatto negativo sulla vita sociale, economica o culturale delle persone e, allo stesso tempo però, impatta la conservazione della fauna o l’ambiente, perché in questo conflitto si devono vedere entrambi i lati della medaglia e non perdere la visione di insieme.

Ad esempio nel caso dell’orso bruno marsicano, l’incidenza della mortalità di origine antropica viene riconosciuta come una delle minacce principali; in un lavoro di qualche anno fa si indicava come l’84% dei casi noti di mortalità di orsi fosse dovuto a prelievo illegale o accidentale da parte dell’uomo. L’uccisione per mezzo di armi da fuoco risultava la prima causa di mortalità, ma sono stati registrati casi di uccisione illegale attraverso l’utilizzo di trappole e esche avvelenate, tutto ciò era il risultato di un conflitto non gestito né culturalmente né praticamente, quello che succede ancora oggi dopo 40 anni di politiche di gestione dei danni, perché spesso evidenziare le vere ragioni del conflitto diciamo che non “porta consensi”.

Una recente indagine svolta nelle aree appenniniche coperte dal progetto Life Arctos  ha evidenziato una zootecnia che negli anni ha visto un graduale ma costante spostamento verso pratiche di pascolo brado o semibrado, con un notevole incremento degli allevamenti estensivi di bovini ed equini, a discapito degli ovo-caprini, storicamente oggetto della pratica zootecnica appenninica. Spostamento, questo, sostenuto anche da sistemi di incentivazione finanziaria reiterati negli anni rispondenti all’attuazione delle regolamentazioni europee spesso male interpretate, perché lontane da quegli obiettivi primari di “mantenere e far proseguire l’attività agricolo-zootecnica nelle aree montane svantaggiate, incentivando pratiche di gestione sostenibile del territorio che permettano di conservare i paesaggi tradizionali, gli habitat e i pascoli di montagna”.

Tali problemi non sono però solo appenninici, nello stesso ambito progettuale si è analizzata anche la questione relativa alle modalità di conduzione della pratica zootecnica, sulle Alpi, almeno per quel che concerne la Regione Lombardia, dove se si registra una costante riduzione nel numero di capi allevati nel corso degli anni si evidenzia come la tipologia di allevamento maggiormente diffusa sia quella a conduzione familiare, con un’impostazione generale mirata a ottenere un’integrazione al reddito, proveniente in genere da altre attività non inerenti il settore zootecnico e il più delle volte con animali lasciati al pascolo senza controlli o misure di prevenzione.

Se si vuole affrontare il conflitto e si vuole parlare di quali le strade possibili per una convivenza “felice” allora bisogna guardare e lavorare su tutte le componenti del conflitto, non si può solo parlare di abbattere o catturare i grandi carnivori, che seguono la loro natura, ma bisogna fare scelte operative e adottare quelle giuste politiche di gestione che possano facilitare ciò. Se allestiamo facili banchetti in giro per le nostre montagne, non possiamo poi lamentarci se ci troviamo diversi ospiti anche non invitati seduti a mangiare.

Dalle diverse valli si alzano le richieste di abbattimenti, catture, rimozioni nessuno però mette in discussione che oggi più che mai serve una rivoluzione anche nei sistemi e nei modi di fare zootecnia.

Le misure per tutelare gli orsi e contemporaneamente gli allevamenti anche in montagna ci sono, basta volere adottare sistemi conosciuti tra i quali la sorveglianza, i cani, le recinzioni: ad esempio i circa 200 recinti elettrificati salva-orso installati fino ad ora nel solo Appennino grazie al progetto Life Arctos hanno ridotto di oltre l’80% i danni denunciati da parte di quegli agricoltori e allevatori che ne stanno facendo uso.

di Massimiliano Rocco, responsabile specie, Traffic e foreste Wwf Italia