Raid dell’esercito di Assad e voli di sorveglianza degli Stati Uniti sui cieli della Siria. Secondo quanto riferito dall’ong Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, sono decine i raid compiuti oggi dall’aviazione del regime di Damasco sulle postazioni dello Stato islamico (Isis) nella provincia nord-orientale di Deyr az Zor. Gli attacchi aerei avvengono il giorno dopo che Assad si è detto pronto a cooperare con la comunità internazionale nella lotta all’Isis e ad accettare anche raid Usa, purché concordati con lo stesso regime. La provincia di Deyr az Zor è quasi interamente sotto il controllo dell’Isis e confina con le regioni in territorio iracheno anch’esse occupate dallo Stato islamico. L’Onlus ha riferito anche che, sempre nella provincia di Deyr az Zor, la scorsa notte “miliziani sconosciuti” hanno attaccato una base dell’Isis nell’area di Al Ashara e un posto di blocco della stessa organizzazione tra i villaggi di Al Bokamal e Al Baguz, uccidendo due jihadisti e ferendone quattro.

Parallelamente, gli Stati Uniti hanno iniziato a compiere voli di sorveglianza sulla Siria, dopo il via libera dato dal presidente Barack Obama. Lo riferiscono fonti anonime della Casa Bianca, aggiungendo che il Pentagono ha elaborato per il presidente una serie di scenari futuri sulla Siria, fra cui la possibilità di attacchi aerei. Qualunque azione militare potrà però avvenire solo dopo avere raccolto ulteriori informazioni sui militanti nel Paese. Una delle fonti della Casa Bianca afferma che i voli di sorveglianza rappresentano un mezzo fondamentale per raccogliere maggiori informazioni. Ieri il regime siriano si era detto pronto a a cooperare con la comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti, nella lotta contro il terrorismo, ma Washington ha respinto l’invito al mittente: “Per gli Usa non c’è alcun progetto di coordinamento con il regime di Assad” contro lo Stato Islamico, ha detto il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest

Nelle scorse settimane gli Usa hanno avviato una campagna di bombardamenti in Iraq contro i militanti dello Stato islamico, con Obama che ha citato come motivazione per l’intervento la minaccia al personale americano nell’area e la crisi umanitaria nel nord del Paese. I vertici del Pentagono sostengono che l’unico modo per eliminare completamente la minaccia posta dai militanti sia dare loro la caccia anche all’interno della Siria, nonostante Obama per lungo tempo si sia opposto alla possibilità di intervenire militarmente nel Paese.

Ieri in conferenza stampa, il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest ha dichiarato che il presidente ha mostrato la volontà di ordinare azioni militari se ciò fosse necessario per tutelare cittadini americani. “Ciò resta una verità indipendentemente dai confini internazionali”, ha detto Earnest, aggiungendo che un eventuale attacco in Siria contro lo Stato islamico non rafforzerebbe il presidente Bashar Al Assad. “Non siamo interessati nel cercare di aiutare il regime di Assad”, tuttavia, ha riconosciuto, “ci sono molte pressioni incrociate” in questa situazione.

Secondo il New York Times, si tratta di un passo significativo verso l’azione militare Usa diretta in Siria, un intervento che potrebbe alterare il campo di battaglia della guerra civile nel Paese. Obama, che ha ripetutamente invocato l’espulsione del presidente Assad, non vuole essere visto come qualcuno che sta aiutando il governo siriano, secondo quanto sostengono alcuni funzionari dell’amministrazione. Così il Pentagono sta delineando opzioni militari che colpirebbero l’Isis vicino il confine, ormai quasi cancellato, fra Iraq e Siria, invece che all’interno del Paese, e rafforzerebbe il sostegno americano ai ribelli siriani moderati che vedono Assad come il loro nemico principale. I voli di ricognizione non sono i primi effettuati dagli Usa: a luglio le forze speciali americane tentarono il salvataggio degli ostaggi in mano all’Isis, tra cui il giornalista James Foley, ma il blitz fallì.