“Non deve scrivere fesserie su di me che gli rompo la testa per davvero, lui deve scrivere le cose in maniera delicata, delicata”. Ancora giornalisti minacciati in Calabria. Questa volta è toccato al cronista della Gazzetta del Sud, Francesco Ranieri. Di lui parlava, in un’intercettazione registrata in carcere, il presunto boss Mario Mongiardo che adesso dovrà rispondente di violenza privata aggravata dalle modalità mafiose. L’intercettazione è finita nell’ordinanza dell’operazione “Hibris”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.

Nella zona di Soverato, stanotte la squadra Mobile ha arrestato 20 persone ritenute affiliate alla cosca Procopio-Mongiardo. Per loro l’accusa è di associazione mafiosa. Secondo la Procura, gli arrestati sono responsabili di una serie di danneggiamenti a imprenditori e attività commerciali alle quali sarebbero state imposte richieste estorsive. La Dda, inoltre, ha fatto luce su una traffico di armi che passava dalla Svizzera.

Tra le vittime della cosca c’è anche il giornalista della “Gazzetta del Sud”. Il boss non gradiva i suoi articoli sulla famiglia e sul sequestro dei suoi beni e aveva ordinato ai parenti di avvertirlo. “La prossima cazzata che scrive vedi se non gliene faccio pentire”. È la frase del boss pronunciata davanti alla figlia minorenne che non si è tirata indietro e, prontamente, ha risposto dando una descrizione di Francesco Ranieri: “Ha i capelli ricci, non ti preoccupare che l’acchiappo io”.

Passano pochi mesi e la figlia del boss avvicina il giornalista invitandolo a pubblicare anche quelle notizie che potevano risultare positive rispetto alla posizione del padre. “Il fatto – scrive il gip nell’ordinanza di arresto – che la ragazza si fosse presentata a nome del Mongiardo, notoriamente appartenente alla criminalità organizzata locale, debba ritenersi condotta idonea a ingenerare nel giornalista destinatario della visita uno stato di soggezione e di timore e a coartarne la libertà di autodeterminazione nello svolgimento della sua funzione di informazione”.

“Sono sereno e tranquillo e continuerò a fare il mio lavoro. – ha affermato Ranieri dopo il blitz dell’operazone “Hibris” – Non ho ancora letto l’ordinanza di custodia cautelare ma allo stato posso dire di non essere turbato per la vicenda”.

Il giornalista della “Gazzetta del Sud” è l’ultimo di una lunga serie di giornalisti che, in Calabria, fanno i conti con le pressioni della ‘ndrangheta alla quale, a volte, sono sufficienti messaggi più velati per condizionare la stampa locale. Alle volte, invece, si ricorre a vere e proprie aggressioni. Come quella che ha subito una troupe della televisione tedesca Ard che, nei giorni scorsi, si è recata a Oppido Mamertina per un servizio sull’ “inchino” della Madonna ed è stata vittima dell’attacco dei familiari del boss Giuseppe Mazzagatti. Le due figlie del capocosca e il genero, infatti, prima hanno lanciato mattoni contro i giornalisti e poi, con la forza, si sono fatti consegnare il filmato girato con la telecamera. Filmato recuperato solo dai carabinieri che hanno aperto un’inchiesta dopo la denuncia presentata dalla troupe di Ard.

“Voi giornalisti scrivete sempre stronzate. – ha urlato una delle figlie alle giornaliste – Non me ne frega nulla. Deve chiudere il telefono e se ne vada. Ancora sta storia con questi bastardi. Ancora questa storia. Bastardi. Non è vero niente tutta questa storia dell’inchino”.

Nelle settimane scorse, sempre a Oppido Mamertina, durante la messa il prete don Benedetto Rustico (che guidava la processione durante la quale la statua della Madonna ha omaggiato il boss Mazzagatti) ha esortato i cittadini a “prendere a schiaffi” un giornalista del “Fatto Quotidiano” che è stato così allontanato dalla chiesa.

Ha rischiato un attentato, invece, il giornalista del “Quotidiano del Sud” Michele Albanese a cui è stata assegnata la scorta dopo un’intercettazione tra due affiliati alla cosca Crea di Rizziconi. Ascoltata l’intercettazione, il procuratore Federico Cafiero De Raho ha chiesto alla prefettura di mettere a disposizione anche un’auto blindata per gli spostamenti di Albanese che aveva scritto alcuni articoli sull’operazione “Deus”, proprio contro la cosca Crea.