Colin Crouch, l’insigne sociologo inglese autore del famoso saggio Postdemocrazia fu tra i primi a mettere in chiara evidenza l’involuzione che il sistema democratico occidentale stava subendo a causa della globalizzazione, dell’affermazione del pensiero liberista nella versione più esasperata del turbocapitalismo finanziario e soprattutto per l’enorme dominio acquisito nello stesso tempo dai giganti dell’informazione commerciale. Non a caso Crouch citava Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi quali esempi di questo potere sconfinato.

La manipolazione dell’informazione e la sua subordinazione agli interessi commerciali e privati di oligopoli della più varia specie è alla base dello snaturamento dei sistemi democratici, trasformati in scenari di cartapesta di burocrazie politiche al servizio degli interessi più forti. E’ stato questo il caso in Italia di Berlusconi prima e di Renzi oggi, così come lo fu clamorosamente dell’Inghilterra del labourista Tony Blair e del Presidente democratico Clinton, espressione entrambi del progetto fallimentare di liberismo temperato dall’innovazione tecnologica (Prodi seguiva a una certa distanza).

Se Colin Crouch dovesse scrivere una seconda edizione del suo libro, oggi potrebbe sicuramente dedicare un capitolo alle prossime elezioni in Emilia Romagna dove la “postdemocrazia” vive forse una delle sue migliori stagioni.

Non c’è più nella regione, che fu di Dozza, Fanti e del socialismo riformista e democratico, nemmeno la parvenza di una forma di democrazia politica. Oggi esiste un solo partito, Il partito, il Pd che rappresenta una sorta di piovra tentacolare che abbraccia con le sue spire ogni forma di potere che controlla direttamente o indirettamente o come dir si vuole da cui è controllato.

Con l’avvento di Renzi al potere a Roma, è caduta anche in Emilia Romagna ogni più pudica vergogna all’espressione di una logica di potere assolutistico. Non ci sono in questa regione altre forze politiche né nuove né vecchie. Tutto è coperto da una coltre di opaca uniformità. La dialettica, ma non certo delle idee, si esprime solo e soltanto all’interno del Pd: a poco meno di due mesi dalle elezioni fissate a novembre, si sta svolgendo una sordida lotta tra pretendenti alla successione del dimissionario Errani.

Le ragioni politiche e programmatiche di questo scontro sono ignote ai normali esseri umani: non c’è una diversità d’indirizzi che possa far comprendere se sarà scelto il “candidato vincente alle primarie”, in effetti si comprende bene che è un ossimoro.

Se si svolgono le primarie, dovrebbe essere per scegliere tra più proposte di nomi, in effetti altri candidati come Patrizio Bianchi e l’ex sindaco di Forlì Roberto Balzani, appartengono alla categoria degli “sfidanti perdenti in partenza” perché non inseriti nel grande gioco dell’oca regolato dal duo di Piadena Renzi Bersani, quindi destinati, se parteciperanno, al ruolo di comparse.

Insomma, Tancredi del Gattopardo con la sua “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” si troverebbe perfettamente a suo agiodiscontinuità e continuità, “rottamazione e conservazione” “nuovobianco e rossoantico” come nella matta delle carte ogni figura contiene il suo rovescio.

L’importante è trovare lo Zenit, il centro di gravità permanente che consenta al corpaccione del Partito “grosse coalition” di inglobare e ruminare il consenso di tutta la mastodontica società economico-politica locale, confezionando un bel panettone con dosi spinte di sano liberismo e una spruzzata, residua, di welfare per contentare le mortificate truppe di via Marconi (Cgil).

Il battesimo della telenovela è tenuto dall’edizione locale del “giornale di famiglia” (De Benedetti) che come un bollettino della neve, dà ogni giorno la misura di quanto manca a Manca per avvicinarsi alla fatidica ora X, in cui nel segreto del più segreto anfratto di Via Rivani, arriverà il cablogramma da Palazzo Chigi con scritto “via verde!”

Ps: naturalmente non abbiamo sentito nemmeno un vagito provenire dagli altri ambienti del presepe, tutti aspettano la buona novella, in attesa che i re Magi portino anche a loro qualche regalino nel frattempo sogni d’oro.