Fossi uno che si occupa di attualità oggi dovrei scrivere di gente dello spettacolo che si getta secchiate d’acqua ghiacciate in testa. E avrei di fronte a me almeno tre possibilità. Potrei fare il cinico, che sottolinea come, a fronte di una pletora di vip o sedicenti tali che si sono sottoposti all’iniziativa, atta a raccogliere fondi per la ricerca sulla SLA, la sclerosi laterale amiotrofica, e a fronte di una copertura mediatica probabilmente senza precedenti, i fondi, almeno in Italia, sono stati scarsini, poco più di centomila euro contro le decine di milioni del resto del mondo. Potrei anche fare una botta di conti e sottolineare come in molti dei suddetti vip o sedicenti tali non hanno probabilmente fatto altro che sottoporsi sotto i riflettori, perché altrimenti non si spiega la cifra esigua. Oppure potrei fare l’entusiasta, quello per cui vedere tanta bella gente che si mette a disposizione di una giusta causa è già così bello di sé che non importa se siamo dietro agli altri nella raccolta, l’importante è il pensiero. O quantomeno, l’importante è che anche da noi le cifre raccolte siano assai superiori a quelle raccolte l’anno scorso, questo conta. Terza via, potrei fare il pragmatico, dire che i veri conti si faranno l’anno prossimo, quando si vedrà se le raccolte proseguono sulle stesse cifre di quest’anno, e capire se si è trattato di vera presa di coscienza in seguito alle secchiate d’acqua gelate, ricordiamolo, partite da un malato di SLA che ha voluto far capire ai non malati cosa significhi avere i muscoli che si irrigidiscono, come succede appunto quando ci si ammala di SLA o quando ci si getta una secchiata d’acqua addosso (chiaro, dall’acqua ci si può asciugare, dalla SLA, ahinoi, no), o di sola moda: l’anno scorso c’erano le foto dei panorami con i nostri piedi in primo piano, quest’anno i vip che si infradiciano per una giusta causa.

Dovrei fare questo, ma, invitandovi a fare donazioni per la ricerca sulla SLA, con o senza acqua ghiacciata, non lo faccio, perché sono vecchio e stanco, e non ce la faccio a stare dietro alla cronaca. Così ne approfitto per parlare di un concerto che ho avuto il piacere di vedere, con quei due mesi di ritardo, o giù di lì, che certificano, appunto, la mia vecchiaia e la mia stanchezza.

Sì, in un giugno non eccessivamente estivo, preludio a una estate più ghiaccia e bagnata di quelle dei vip di cui sopra, ho assistito, col collega e amico Gianni Biondillo alla data italiana del mini tour dei Die Antwoord, qui lo scrivo e lo riscrivo: al momento la band più interessante al mondo, per l’autore di questo blog.

Sottolineo come al concerto ci sia andato con Biondillo perché, la nostra presenza, cioè quella di due ultraquarantenni non esattamente in splendida forma fisica e sicuramente non ascrivibili alla categoria freak ha per nulla scalfito la statistica che voleva presenti all’Ippodromo per quella data, tenutasi in contemporanea con la data a San Siro, lì dietro l’angolo, dei Pearl Jam, tutta una serie di spettatori meritevoli di finire nel famoso Bar di Guerre Stellari. Gente con le lenti a contatto che rendono gli occhi completamemente neri, coi lobi deformati, coi visi tatuati, con le pettinature stravaganti. Lo so che detto così suono antico come un testo di Fogazzaro, ma tant’è, nonostante mi fregi di essere moderno, il mio avere i capelli lunghi lì suonava eccentrico come l’indossare le Crocs al mare.

E il concerto, direte voi?

Il concerto è stata una vera bomba. Yolandi Visser, con la sua vocina di bambina, ha una carica sensuale e sessuale capace di rianimare un morto, e Ninja è un vero mattatore. I due hanno spettinato tutti i presenti, facendo ballare anche noi, spettacolo che vi dovrete solo immaginare, ahivoi.

La violenza verbale dei testi, in cui la parola FUCK spicca sovrana, è stata sottolineata dalle basi pompate con altrettanta violenza, e la presenza sul palco di un pupazzo gigante del fantasma Casper con una erezione alta circa due metri ha reso il tutto, se possibile, ulteriormente surreale.

Fossi Simon Reynolds, forse, potrei azzardare una definizione contemporanea del termine rock, ma lo farei in maniera del tutto teorica, però siccome sono vecchio e stanco e non sono Simon Reynolds mi limito a dirvi che oggi il rock è incarnato alla perfezione dai Die Antwoord, senza se e senza ma.