E’ un baratro senza possibilità di ritorno immediato quello in cui sta precipitando la situazione politica in Libia. Se ieri aveva sfidato il parlamento legittimo con sede a Tobruk decidendo di riconvocarsi a Tripoli, oggi  l’ex Assemblea libica, il Congresso generale nazionale a maggioranza islamista decaduto con le elezioni del 25 giugno, ha eletto un proprio premier, dando vita ad una vera e propria secessione. Si tratta del professore universitario Omar al-Hassi, nominato primo ministro del “governo di salvezza nazionale”, come ha spiegato Omar Humaidan, portavoce dell’ex parlamento. Ad eleggerlo, secondo il sito locale al-Watan, sono stati 70 dei 200 ex deputati libici riunitisi nella capitale. Il Congresso nazionale è dominato dalle forze islamiche, alle quali è vicino al-Hassi, incaricato di formare il nuovo governo. La ex assemblea parlamentare, che è stata sciolta in seguito alle elezioni di giugno, non ha mai riconosciuto la nuova assemblea, chiamata Camera dei Rappresentanti e dominata dalle forze liberali e federaliste.

La reazione del parlamento di Tobruk non si è fatta attendere. Il capo del governo provvisorio Abdallah al-Thani ha definito “illegali la riunione e le decisioni” dell’Assemblea uscente. “La riunione é illegale, le sue decisioni sono illegali e l’unico corpo legislativo legale é il Parlamento” eletto il 25 giugno, ha detto al-Thani in una conferenza stampa congiunta con il capo del Parlamento a Tobruk. Nelle stesse ore in cui l’elezione aveva luogo, a Tripoli l’abitazione di al-Thani è stata “saccheggiata e data alle fiamme”. Poco prima, secondo testimoni, uomini armati avevano fatto irruzione nella casa del primo ministro apparentemente per cercare dei documenti. Gli uomini armati hanno messo a soqquadro le case di almeno due leader della milizia di Zintan.

Al Cairo, il summit dei Paesi confinanti si è chiuso intanto con un appello al dialogo nazionale per far cessare i combattimenti e le violenze che per ora resta solo sulla carta. La Libia ha preannunciato che chiederà l’intervento del Consiglio di Sicurezza Onu il prossimo 27 agosto. “Non è una richiesta di azioni militari”, ha sottolineato il ministro degli Esteri, “ma che l’Onu porti a compimento la sua missione”. Una terminologia sibillina, pur accompagnata da un esplicito riferimento al capitolo VII della Carta della Nazioni Unite che contempla una serie di misure tra cui quelle militari, dettata dalla volontà di non gettare benzina sul fuoco. La denuncia delle richieste d’intervento straniero, a più riprese evocate dalle autorità centrali libiche, è infatti il cavallo di battaglia delle milizie filo-islamiche – e ovviamente dei jihadisti – che accusano il Parlamento di “tradimento”.

Le fiamme sono state aizzate in giornata ancje dall’autorevole New York Times che, citando “quattro alti funzionari” americani conferma quanto scritto nei giorni scorsi da diversi media nordafricani e sostenuto dai miliziani di Misurata: e cioè che “i raid aerei su Tripoli sono stati condotti da Egitto e Emirati Arabi Uniti“. Washington avrebbe accolto la notizia “con sorpresa” e ambienti Usa bollano una simile iniziativa come “inefficace”. Immediata e furente la smentita del Cairo, che parla di menzogne, della volontà di “implicare l’Egitto negli affari interni della Libia”.

Al buio della ribalta, la situazione é sempre più critica per la popolazione, che patisce la carenza di carburante, cibo, acqua. “I black out possono durare 6-10 ore”, ha detto oggi il vicario apostolico di Tripoli, Giovanni Innocenzo Martinelli: “Imploro tutti di pregare per la Libia, perché solo la preghiera ci può dare la forza di superare questi momenti”.