Comincio con due citazioni, e solo dopo vedremo chi le ha scritte e in quale contesto. Prima: “Il mio dovere è uccidere. Colpire mortalmente ciò che è condannato a morte. Da chi? Perché? La guerra non ammette domande. Oppositori al regime, uomini e donne erranti, soldati nemici, ribelli finanziati da potenze straniere, bambini, sono una sola e medesima realtà: il mio bersaglio, colpire mortalmente, uccidere. Si può fermare il tempo e sconfiggere la morte uccidendo soldati, famiglie, contadini, mercenari, intrusi venuti non si sa da dove. Non lascerò vivo nessuno. Basta che rimanga un sopravvissuto e succede l’irrimediabile: l’accusa. Perché appena una bocca si apre, un buco nero si scava nel mondo. La gente è avida di avvenimenti. Quale verità si metterà a raccontare?”

Seconda: “Quanto alla violenza e alla guerra, sono state entrambe oggetto di una tabuizzazione (trasformate in tabù, ndr) così radicale, da sfiorare il pensiero magico: poiché le aborriamo e non vogliamo che esistano, le guerre non esistono (…). Noi cittadini dell’Unione europea non facciamo la guerra, ce lo proibisce la nostra moralità superiore. Noi italiani ci siamo addirittura inventati che ce lo proibisce la Costituzione (…) L’islamico di cittadinanza britannica che l’altro giorno ha decapitato un giornalista americano, non ce l’aveva con la civiltà occidentale. Forse si sarà trovato male con la cultura inglese (…) Una radicale riconciliazione con il principio di realtà, ecco che cosa ci manca”.

Poiché la realtà invocata nelle seconda citazione è quella descritta dalla prima citazione, è chiaro che la sola parola ambigua (lo diventa nel confronto fra i due testi) è “riconciliazione”. Il secondo autore sta invocando l’accettazione dei principi-guida del primo, che propone la riconciliazione con la realtà. Il messaggio del secondo testo infatti è: “C’è la guerra. In guerra si uccide, e non si fanno schizzinose differenze sul come. Va bene qualunque come, purché non sia l’ipocrisia (“tabuizzazione”) del fare finta di niente. E per essere chiaro, il secondo autore si fa sarcastico sulla Costituzione italiana che pretenderebbe addirittura (incredibile divaricazione dalla realtà) di “ripudiare la guerra”. I due testi sono una poderosa spallata a Papa Francesco che dice, con una ingenuità che in questo contesto appare ridicola come la Costituzione italiana: “Fermare. Fermare ma non bombardare”. Che vuol dire “non uccidere”, tenersi lontano dalla “radicale riconciliazione con la realtà” appena citata. 

È una poderosa spallata alla insostenibile ingenuità di Marco Pannella che, ascoltando le ragioni del parlamentare 5S Di Battista, diceva (in un modo che questi due testi fanno apparire folle): “Prima di sterminare, parliamone”. È ciò che lo stesso Pannella aveva tentato di fare, sfiorando il successo, per evitare la guerra in Iraq da cui tutto ciò che accade adesso discende. Ora mettiamo a posto i pezzi. Il primo testo è tratto dal romanzo Sniper (cecchino) di Pavel Hak, francese nato a Praga, e noto per il suo impegno di insediarsi nella mente dell’esecutore di morte per vocazione, la voce più vicina, in letteratura, alla mente e agli argomenti del boia di Londra. Il secondo testo è apparso sul Corriere della Sera del 22 agosto a firma di Ernesto Galli della Loggia. È il testo più limpido di cui disponiamo per sapere perché ha ragione il papa quando parla, desolato, di Terza guerra mondiale. Il problema terribile del tagliare una testa incolpevole non è la barbarie dell’atto, ma la risposta che ci si aspetta dalla cultura (“la radicale riconciliazione con la realtà”): bisogna tagliare subito un’altra testa. Se non lo fai sei un insensato che si illude persino che la Costituzione possa “ripudiare” la guerra. Fra questi due testi dunque sta la cultura contemporanea e il momento in cui viviamo.

Ecco le due mosse da fare: pieno riconoscimento al boia di Londra. E fissarlo (come il delitto di Sarajevo e l’incontro di Monaco) nel punto iniziale del dramma chiamato guerra mondiale. Ma anche ridare alla guerra la sua dignità di vendetta sterminatrice contro indegnità crudeli e paurose. Attenzione, naturalmente, alla portata dei simboli. Il boia di Londra sta bene in vista, sulla soglia della Storia in nome e per conto delle stragi di cristiani, della cacciata degli Yaziki dalla casa, dalla terra, dalla vita. E dal Califfato, destinato a cambiare frontiere, territori, istituzioni, rapporti politici, ricchezza, potenza e dotazione di armi. Ma attenzione anche alla scritta che dovrà per forza comparire sul film di questa tremenda vicenda: “Da un’idea della destra cristiana fondamentalista che, da tempi di Reagan, da un lato ha fornito masse di voti alla politica della destra economica per stroncare l’uguaglianza dei diritti e la difesa del lavoro ma, dall’altro, ha voluto il riconoscimento della propria predicazione di Armageddon, la lotta finale fra il bene e il male che deve decidere il destino del mondo”.

George W. Bush ha riconosciuto senza ipocrisie di essersi ispirato a questa stralunata visione della fede cristiana nell’interpretare la guerra in Iraq come scontro finale. Adesso, da quella guerra, scende verso di noi, mostrando la testa di uno di noi, il boia di Londra, il giovane naturalizzato inglese divenuto fondamentalista islamico. E ci pone il problema che non era mai stato detto in modo tanto esplicito: in una guerra come questa vince il peggiore. Ci mostra la testa mozzata del nostro giovane collega per chiedere: e adesso cosa farete? Contro quello che sembra, ha fiducia nella storia, la nostra storia. Si aspetta di scatenare violenza, se possibile, senza limiti. Perché questa è la vittoria per cui l’uomo che mostra la testa tagliata, non lontano dalle fosse comuni di donne e bambini Yazidi, si batte, con un esercito, un armamento e un territorio che ha ricevuto in dono dalla guerra di Blair e Bush.

Il Fatto Quotidiano, 24 agosto 2014