Rio de Janeiro – Quando era ancora in corso la coppa del mondo, con gli obiettivi del pianeta puntati sull’evento sportivo e sulla repressione delle manifestazione di piazza, la sicurezza in città è stata assicurata con maggiore discrezione, ma con i soliti metodi. Quelli violenti, che garantiscono da sempre agli agenti carioca una posizione di vertice tra le polizie più dure del pianeta. Le statistiche dei primi sei mesi dell’anno hanno fatto strappare alla Pmerj nuovamente il primato di agenti che più uccidono al mondo, grazie a un +42,5 di omicidi registrati nel primo semestre 2014. Adolescenti poveri, neri, residenti delle favelas e senzatetto: queste le principali vittime degli abusi. E con la fine del mondiale di calcio, le cose sono anche peggiorate.

Nella sola favela di Acarì, tra il 15 luglio e il 4 agosto, i morti nel corso di operazioni della polizia sono stati nove, ben 30 dall’inizio dell’anno. In città, complessivamente si sono registrati 285 omicidi. In base ai dati diffusi dall’Istituto di Pubblica Sicurezza, si tratta del primo aumento dall’avvio del processo di pacificazione di alcune favelas con le Upp, la cui crisi è evidente anche in questi numeri. La prima Upp è del dicembre 2008. Nei primi sei mesi di quell’anno, gli omicidi da parte della polizia erano stati 757. Ben 561 nei primi mesi del 2009. Da quel momento però, grazie anche a un inizio incoraggiante per le Upp, le percentuali erano crollate. Di fronte a una lunga crisi degli ultimi due anni, gli indici sono di nuovo impazziti. E le cause sono molteplici.

Per Atila Roque, direttore di Amnesty International Brasile, “nel Paese c’è una classe ‘pericolosa’, composta da giovani neri e residenti delle periferie. E’ con questa premessa che opera la repressione della polizia, spesso con l’appoggio di una vasta parte della società che accetta di buon grado le uccisioni, soprattutto per come crimini e criminali sono riportati dalla stampa”. Le ragioni della violenza sono molteplici: una polizia formata per la ‘guerra’ e l’eliminazione del ‘nemico’, agenti impreparati tecnicamente e psicologicamente, formati con una dottrina di pura repressione e controllo delle classi pericolose”. E con la Upp le cose non sono cambiate molto. L’atmosfera è pesante, e i sentimenti emergono forti nelle parole dei favelados. Per Andrè, residente nella favela Babilonia: “La storia che Upp sia una polizia diversa è una bugia è la stessa polizia militare creata 205 anni fa, la stessa che fu creata all’epoca dell’Impero, per difendere interessi della Corona portoghese, per uccidere e per arrestare neri schiavizzati”.

Il problema però non è solo nel numero di morti. La questione è che quelli che vengono definiti ‘atti di resistenza’ sono spesso vere e proprie esecuzioni. Alcuni episodi gravi delle ultime settimane hanno messo in luce uno dei principale problemi della polizia carioca: l’impunità. Le storie di abuso sono trasversali tra i vari battaglioni, corpi speciali, Upp e senza distinzione territoriale. Da brivido la vicenda raccontata da un 15enne. Fermato l’11 giugno per strada in pieno centro con un suo coetaneo con la scusa di aver commesso un furto, anziché in commissariato, il ragazzino è stato portato in una località remota non lontano dalla favela Morro do Sumarè. Lì i poliziotti lo hanno ferito a colpi di fucile. Il ragazzino si è salvato fingendosi morto. Non è andata meglio all’altro ragazzo. Colpito a morte con un proiettile alla testa. Dalla denuncia del sopravvissuto sono partite le indagini. La ricostruzione è stata possibile anche grazie alle telecamere interne alle auto della polizia. La decisione di ‘eliminare’ i due ragazzini, senza alcun motivo, è stata registrata dalla telecamera nell’abitacolo dell’auto: “Andiamo là in cima?” hanno detto tra loro gli agenti.

Dopo la sosta per uccidere i ragazzini, i poliziotti sono risaliti in macchina e sono andati via, archiviando la pratica con un “Meno due”. Il procuratore che indaga, Homero Freitas Filho, ha confermato: “Se una delle vittime non fosse sopravvissuta, per i soldati l’impunità sarebbe stata garantita”. E sull’impunità puntavano anche i poliziotti che hanno stuprato tre donne nella favela di Jacarezinho ad agosto. Dopo essere state seguite in casa con la scusa di un controllo, le tre donne di 35,18 e 16 anni, sono state portate in un vicolo buio, denudate e poi rinchiuse in una baracca. Lì seviziate e stuprate sotto la minaccia delle armi. La denuncia, e la conferma da parte di un poliziotto che era con i tre accusati ma che non aveva partecipato alle violenze, hanno fatto venire a galla la vicenda. Solo alcuni dei numerosi episodi inquietanti che caratterizzano la quotidianità di violenza a Rio. Storie e numeri che mostrano la terribile situazione nella quale versa la città, che tra meno di due anni ospiterà milioni di visitatori e atleti per le olimpiadi.

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