Nell’estate del 2003 il suocero di Abu Mussab al Zarqawi guidò un’auto bomba contro la moschea Imam Ali in Najaf uccidendo 125 sciiti tra cui l’Ayatollah Mohammed Baqer al Hakim, il leader spirituale del Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq, capo del partito politico sciita, rientrato in Iraq dall’Iran subito dopo la caduta del regime di Saddam. Quello fu l’inizio della guerra fratricida tra Sunniti e Sciiti in Iraq che oggi lo Stata Islamico ha riacceso. Allora come oggi l’occidente non capì cosa stava succedendo perché applicò la logica occidentale a problemi culturali, storici e religiosi orientali.

Definire il fenomeno del Califfato vittima della politica statunitense è non solo storicamente sbagliato ma anche superficiale. Denota una visione del mondo arcaica, e cioè rimasta ai tempi della Guerra Fredda, che vuol dire anni luce dal nostro presente. Equivale a definire gli abusi commessi da Maliki contro i sunniti il risultato delle pressioni di Teheran. Magari fosse possibile puntare il dito contro un paio di potenze o super potenza, come ai tempi d’oro della Guerra Fredda, allora la soluzione, almeno in via teorica era a portata di mano e ci si poteva schierare con uno o con l’altro. Oggi guerra e terrorismo avvengono nel pantano di schiere di sponsor.

La disintegrazione del Medio Oriente assomiglia a quella del blocco Sovietico, è frutto dello scontro tra due forze interne una centripeta ed una centrifuga. L’implosione è inevitabile, si tratta solo di una questione di tempo. La prima responsabilità di quanto sta accadendo è dei governi e delle popolazioni locali, come il fiasco sovietico fu frutto degli errori commessi al suo interno. Allora come oggi il ruolo dell’occidente fu minore di quanto si crede.

Nel 2007 la popolazione Sunnita irachena lanciò il Risveglio Sunnita, un movimento di profonda opposizione nei confronti dei jihadisti che tagliò le gambe a tutti i gruppi, incluso lo Stato Islamico in Iraq, dal 2010 diretto da al Baghdadi, poi ribattezzato in Siria ISIS e oggi rinominato Stato Islamico. La risposta di Baghdad sciita fu persecuzione nei confronti dei capi politici Sunniti per motivi di vendetta e per motivi di interessi settari

La rivoluzione siriana sin dall’inizio è stata caratterizzata da settarismo etnico, religioso e politico. Nel marasma dei vari gruppi si sono inseriti gli sponsor arabi che hanno creato le loro milizie. In questa nuova guerra per procura moderna (la prima è stata quella dei Balcani) chiunque aveva soldi da spendere si è fatto avanti, ma il problema centrale resta la cultura di servilismo dei rivoltosi locali, non solo in Siria ma in tutto il Medio Oriente: senza le armi e i soldi degli sponsor non succede nulla. A questa si aggiunge la corruzione delle forze armate e della polizia che per anni hanno agito da mercanti d’armi per i vari sponsor.

Domandiamoci come mai i curdi hanno bisogno di nuove armi, come mai hanno carri armati degli anni Cinquanta quando gli Stati Uniti hanno investito 42 miliardi di dollari per armare gli iracheni, incluso l’esercito di base in Kurdistan? Veterani del conflitto in Iraq americani affermano che gli iracheni non erano interessati all’addestramento ma solo alle armi che spesso scomparivano dagli arsenali.

Con in mano le più sofisticate armi moderne e dopo essere stati addestrati dal miglior esercito al mondo per anni, nella prima battaglia di Mosul, come mai gli iracheni davanti all’avanzata delle truppe, peggio armate, dello Stato Islamico se la sono data a gambe? Perché non sono mia stati interessati a difendere uno stato ma solo ad approfittarsi della posizione che rivestivano.

Il nocciolo del problema è nel Medio Oriente non a Bruxelles né a Washington ma neppure a Mosca o Pechino, non più, il mondo è cambiato. Ed è ora che la classe politica mondiale se ne renda conto, la soluzione non è inviare ancora altre armi, ce ne sono abbastanza, anzi troppe per tutti, ma porre fine alle guerre per procura e sollecitare una rivoluzione culturale che ponga fine alla cultura di servilismo ed alla corruzione, in altre parole eradicare l’ignoranza in cui questa regione del mondo è sprofondata negli ultimi 30 anni e far rinascere un sano patriottismo. Il Califfato sta facendo proprio questo, si presenta come lo stato ideale che chiede lealtà alla popolazione, ma il Califfato non è uno stato sano, è la peggiore degenerazione del concetto di nazione.

Certo far rinascere il senso di appartenenza ad una nazione è un obiettivo molto più ambizioso che il regalo di qualche missile e cannone per difendere quello che ormai non esiste più.