Esserci liberati di Mario Balotelli, pone noi rossoneri nella entusiastica condizione del tifoso-cittadino che gioisce due volte. Due, perché alla prima – considerarlo per quello che era, motozappa calcistica senza definizione alcuna che finalmente si sveste dei colori sociali – si sovrappone la seconda, e cioè farci finalmente uscire da quell’equivoco del politicamente corretto che ha cristallizzato per anni i nostri istinti meno nobili solo perché Balotelli era nero. Ci siamo arrovellati, comprimendo pensieri, parole e insulti, quando l’amico Mario se ne usciva con le sue pirlate ciclopiche e noi zitti perché il suo colore della pelle applicato alle nostre eventuali “male parole” poteva prestarsi a interpretazioni distorte, invece d’esser valutate per quello che semplicemente erano: le stesse parole che avremmo usato per un bianco.

Ma di questo grande equivoco, i colpevoli siamo soltanto noi, Mario Balotelli non c’entra. Con lui non siamo riusciti a trovare una chiave credibile di interpretazione sociale, come se ci paresse stupefacente che a comportarsi da bianco fosse proprio un nero,  tutto ingioiellato e con il sedere sprofondato sull’ennesima Ferrari. Come se l’agiatezza estrema non potesse avere alcuna parentela con la condizione di nero, anzi come se l’accostamento fosse decisamente ardito e scandaloso e semmai contenesse qualcosa di socialmente riprovevole, non ritrovandoci le questioni elementari che abbiamo sempre sentito raccontare sui neri: umiltà, dignità, senso del rispetto. 

L’addio di Balotelli all’Italia (e chissà se poi sarà definitivo) rappresenta sotto questo  aspetto la nostra grande sconfitta e quando Prandelli, a tragedia mondiale compiuta, gli riservò la solita paternale (“esci dal tuo mondo virtuale, Mario”), quello manco se lo filò, sintesi perfetta del balotellismo applicato al politicamente corretto dei bianchi alla Prandelli. È del tutto chiaro che tra noi si nascondevano anche autentici razzisti che lo seguivano passo passo, stadio dopo stadio, per certificargli una presunta inferiorità, ma benedette presenze, almeno gli intenti erano chiari, riprovevoli ed evidenti da subito e in linea puramente teorica più facili da identificare e combattere. E invece no. “Loro” si confondevano tra noi, si riparavano sotto il nostro ombrello sgangherato di politicamenti corretti, sempre a metà tra l’urlo liberatorio del tifoso incazzato con quell’immaturo arrogante del Balo e la paura che quella tensione emotiva venisse scambiata per qualcosa d’altro. In altre parole, se i razzisti hanno potuto pascolare liberamente è proprio grazie a noi, i tifosi-cittadini perbene (o perbenisti?). 

Adesso ci sarebbe solo da sperare che un altro tipo alla Balotelli transitasse dai colori rossoneri, per vedere se abbiamo fatto tesoro della lezione. Uno da mandare a quel tal paese, quando naturalmente lo merita, con tutta la felicità e la serenità del tifoso inviperito con il suo beniamino (rosso, verde, nero, giallo, a pois, che sia).