Sarebbe oltremodo auspicabile che Alessandro Di Battista e i suoi pasdaran si convincessero dell’opportunità di non spingere la frenesia della distinzione oltre le soglie del delirio, trascinando autolesionisticamente con sé l’unica forza d’opposizione parlamentare rimasta in campo; trasformando – così – il M5S nel facile bersaglio della cinica ipocrisia di arnesi della politica vecchi e nuovi, cultori di un viscido politicamente corretto. Lo facessero meditando con più attenzione, adeguata cultura storica e maggiore senso critico della realtà le rappresentazioni del mondo che continuano a propinarci: le puerili visioni (sul manicheo a fumetti) di uno scontro biblico tra esotiche creature angeliche e diabolici esseri domestici.

Visto che ieri buttarla sul paradossale faceto non ha mi ha regalato altro che repliche sul fanatico virulento, provo ad adottare una modalità comunicativa più seriosa (a misura di interlocutori tendenzialmente sovreccitati e – dunque – ipersensibili).

Punto Primo: il collegamento causa-effetto tra l’iper-orrida esecuzione di Jim Foley e gli arci-esecrabili orrori di Guantanamo e Abu Ghraib è un falso palese. A parte il fatto che orrore pregresso non giustifica orrore successivo, l’idea della Guerra Santa contro l’infedele è di gran lunga precedente il conflitto mediorientale di inizio millennio. Semmai è insita nell’esclusivismo delle religioni mediterranee del Libro; tradotto negli scontri avviati un millennio fa, che vedevano crociati e mezzelune massacrarsi, impalarsi, sgozzarsi in nome delle rispettive Verità. Appena hanno avuto l’occasione di farlo, ci si sono messi pure quelli con la stella di Davide.

Sostenere il contrario rivela una volontà giustificazionista (di sospetta matrice cattocomunista terzomondista) che attribuisce “a prescindere” ipotetica santità al più debole dei combattenti. Da qui un giudizio apocalittico sull’Occidente, che indurrebbe il sospetto di malesseri esistenziali in chi lo formula, di certo una scarsa padronanza dei capisaldi della cultura di quella parte di mondo in cui pure si è nati.

Ecco dunque il secondo punto: gli Stati Uniti non sono mai stati innocenti. Nascono come una plutocrazia coloniale basata su quello schiavismo che diventerà un fardello solo a seguito del primo sviluppo industriale. Le attuali paranoie che li affliggono sono un aggravamento di patologie maturate al tempo della Guerra Fredda (la sindrome maccartista da complotto), poi nel trauma della sconfitta vietnamita.

Ma se è America e Occidente il marine che spacca la faccia del prigioniero viet-cong con il calcio del fucile, lo è anche la libera stampa che ne denuncia il misfatto diffondendo in milioni di copie l’immagine squalificante come prova a carico. Occidente è l’aristocrazia del denaro che devia dal cammino democratico le sue rivoluzioni (inglese, americana e francese) che avevano marginalizzato le aristocrazie di nascita, ma lo è anche l’epopea di lotte del lavoro che imposero alle borghesie d’impresa e finanziarie l’instaurazione dello Stato Sociale.

L’Occidente non è semplice, vede coesistere le luci dell’Illuminismo e le penombre dell’Oscurantismo. Per questo merita giudizi un po’ meno avventati (in bianco e nero) di quelli che ci sta regalando l’ala apocalittica dei Cinquestelle. Soprattutto varrebbe la pena di tutelarne i principi che promuovono assetti tendenzialmente aperti e cosmopolitici, contrastare le pulsioni contrarie.

C’è un ragionamento di una grande donna del Novecento – Hanna Arendt – su cui i pacifisti a senso unico (questi Franz Fanon alla matriciana) farebbero bene a meditare; guarda caso tratto dal saggio intitolato “Sulla violenza”: «se la gandhiana strategia della resistenza non violenta, così potente ed efficace, si fosse scontrata con un diverso avversario – la Russia di Stalin, la Germania di Hitler, oppure il Giappone di prima della guerra, anziché l’Inghilterra – il risultato non sarebbe stato la decolonizzazione, ma il massacro e la sottomissione» (Mondadori 1971, pag. 66).