Dopo un’inedita anteprima nella terra che il sisma ha reso gemella, L’Aquila, il variopinto circo dei musicisti di strada arriva a Ferrara per dare il via al Buskers Festival, una delle più grandi e longeve manifestazioni a livello internazionale nel suo genere. La 27esima edizione è dedicata alla Mongolia. Saranno così musica mistica, canti vibranti e contorsionismi a farla da padroni nelle esibizioni dei quattro gruppi invitati provenienti dall’estremo oriente. I musicisti mongoli portano con sé storie e antichi rituali, esibendosi in canti diplofonici, danze sinuose e strumenti tradizionali come il Morin Khuur (patrimonio orale e immateriale Unesco). Attorno a loro ci saranno 1.200 artisti e 304 gruppi provenienti da 46 nazioni, pronti a esibirsi tra le strade e le piazze del centro storico estense.

Tutto questo per 11 giorni. A partire dalla seconda anteprima che, ormai da copione, coinvolgerà venerdì 22 agosto la cittadina lagunare di Comacchio. Il weekend del 23 e 24 la manifestazione avvolgerà la città ferrarese per viaggiare il 25 agosto alla volta di Lugo e poi tornare dal 26 fino al 31 sul palcoscenico estense.

Per quanto riguarda la “svolta aquilana” gli organizzatori hanno voluto in questo modo “portare il nostro contributo – spiega il patron Stefano Bottoni – alla valorizzazione di un centro storico che ancora porta i dilanianti segni del terremoto del 6 aprile 2009. Segni che Ferrara conosce bene, dopo le terribili scosse del 20 e 29 maggio 2012”. “Sarà l’occasione per uno scambio fra le due comunità e per i ferraresi di essere vicini a coloro che i danni del terremoto li vivono ancora quotidianamente” aggiunge l’assessore alla cultura e al turismo Massimo Maisto, ricordando come il Buskers Festival “da 27 anni attira un vasto pubblico nella nostra città contribuendo così a fare numeri interessanti per la nostra ricettività turistica e che da sempre sforna nuove idee con forti ricadute sul sociale”.

Quanto ai protagonisti di questa lunga maratona musicale open air, le centinaia di migliaia di spettatori attesi potranno ammirare i “Cellostrada”, quintetto di violoncellisti provenienti dalla Polonia, che ad ogni esibizione conducono gli spettatori in suggestive atmosfere fatte di musica classica, pezzi folk, latini e colonne sonore di grandi film. Dalla Catalogna arriva invece il reggae di Oh Peta!, tra son cubano e rumba. Ballate medievali e canti sciamanici si mescolano con le armonie nordiche, irlandesi e celtiche della band campano-salentina degli Emian Pagan Folk. Promette applausi anche Matakustix, un vero e proprio musicista multitasking, che dall’Austria viaggia dappertutto con il suo Klavichello, uno strumento da lui costruito a forma di violoncello, con pedali e rami sonori. Si cambia continente con le Rainbow Girls, band tutta al femminile proveniente da Santa Barbara (California), arcobaleno rosa di ritmi stomp folk, rock ‘n’ roll, con spruzzi di gypsy americana.

C’è poi chi con la musica riesce a riunire quello che la storia divide, come il trio multiculturale Light in Babylon, cantante israeliana di origine iraniana, accompagnata da un suonatore di santur turco e da un chitarrista francese. Spazio poi a danze orientali, tribal fusion, passi zigani con i Balinka, quattro musicisti e due ballerine che da Lipsia trasformano ogni show in una festa a cielo aperto. L’energia tribale traspare anche nella musica antica delle isole di Capo Verde con sfumature afro-latine dei Guents Dy Rincon.

Da Sydney in Australia arriva invece impetuosa e viscerale la voce di Alex Hahn & The Blue Riders, firma indimenticabile del panorama jazz, soul, blues e funk. Da non perdere nemmeno l’esibizione del trio Harp-Agon Z.T che con arpa, cajon e chitarra compone vecchie melodie ungheresi e del mondo celtico, non rinunciando a toni jazz e contemporanei.

Si torna quindi alla Mongolia, con i Sedaa e le loro vecchie canzoni di antenati nomadi, con il canto Hömii (con cui il cantante modula con la voce diversi toni, facendo risaltare le risonanze armoniche) che fa da sfondo alle vibrazioni del Morin Khuur. Danze Tsam con maschere tradizionali, contorsionismi, note classiche ed etno-jazz saranno il cavallo di battaglia dei Khukh Mongol. Dalle montagne Altai arriva Hosoo, maestro del canto Khoomei, proclamato “Best Mongolian Singer” a Ulan Bator. Il tutto da ascoltare magari distesi sul tappeto sonoro di arpe e cetra tessuto dal gruppo tutto al femminile di Hulan.