Muore così una star di Hollywood. Lontano dai red carpet e dai set milionari, sola, nella sua camera da letto, il corpo ancora vestito impiccato con una cintura fissata ad una porta. Sui polsi le tracce di un primo (e forse fallito) tentativo di suicidio, al quale è seguito subito quello fatale.

Robin Williams era un grande attore, forse uno dei più grandi dell’ultimo quarto di secolo. Affermazione post mortem su una star – per la verità – piuttosto scontata, ma ciò che vale per buona parte degli attori dello star system americano, è ancor più vero per questo poliedrico e sorprendente artista, che col suo talento indiscutibile ha incantato il mondo e ispirato un gran numero di attori e di artisti. Era una stella sulla Walk of Fame, un premio Oscar e insieme un uomo fragile, depresso e schiacciato dal suo stesso immenso successo. Ed è solo l’ennesimo di una lunga lista, anche se, questa volta, a lasciare senza parole, sono le circostanze inquietanti della sua morte, il gesto estremo del suicidio avvenuto in casa, con una banalissima cintura da pantalone. La disperazione senza via d’uscita, l’annullamento totale di un uomo, l’inferno dietro la maschera ridente del grande attore.

La triste coincidenza tra successo planetario e depressione cosmica è una condizione piuttosto comune tra le star del panorama artistico mondiale e l’epilogo è molto spesso tragico. Nei casi più comuni, la favola finisce in una stanza d’albergo che fa da set all’ultima interpretazione del grande artista, tra fiumi d’alcol in cui annegare e montagne bianche di effimera gioia da respirare tutto d’un fiato. L’ultimo.

E’ così che parla di se Williams: “Avevo un piccolissimo problema di droga, insomma, mica tanto piccolo, tiravo cocaina. Ho cominciato in un periodo in cui la mia carriera andava male, pensavo, sbagliando, che la droga potesse essermi d’aiuto. D’altra parte basta andare a Hollywood e guardare il modo in cui si vive per capire come mai tanta gente cada nella stessa trappola. Sono tutti super agitati, non si fermano mai, e spesso la loro esistenza dipende dagli incassi dell’ultimo film girato. Se sono bassi, può capitare anche che nessuno ti rivolga più la parola… E la droga diventa l’unico mezzo per tenersi su”.

Tante, troppe sono state le star maledette, vittime di quella stessa condizione a cui tanto avevano aspirato e a causa della quale, invece, soccombono miseramente.

Marilyn Monroe, attrice, mito, simbolo immortale di femminilità e bellezza, viene trovata morta nella sua camera da letto, ufficialmente a causa di un’overdose di barbiturici e alcol, ma il mistero sulla sua morte è ancora oggi irrisolto.

John Belushi, storico attore e cantante, peraltro insieme a Robin Williams la sera stessa in cui fu trovato morto a causa di un cocktail letale di eroina e cocaina.

River Phoenix, fratello di Joaquin, attore anche lui, morto per overdose durante un party.

Heath Ledger, giovane e bellissimo attore australiano, ufficialmente stroncato da un’overdose di farmaci regolarmente prescritti, in realtà vittima da anni dell’abuso di droghe.

Philip Seymour Hoffman, eccelso interprete e premio Oscar, trovato morto per overdose nel bagno del suo appartamento, con un ago ancora conficcato nel braccio.

E’ questo, dunque, ciò che accade nel dorato Olimpo hollywoodiano. Il sipario si apre e le divinità sorridenti sfilano elegantemente vestite di luce. Il pubblico applaude e si riempie gli occhi di tanta grazia e bellezza, covando nel cuore il desiderio di poter, un giorno, anche solo per un minuto, accostarsi a quella perfezione. Poi il sipario cala e nel buio della loro stanzetta, gli dei smettono gli abiti luminosi e le paillettes, per tornare alla loro vita da mortali; nessuno che chiama il loro nome, nessuno che brama per un sorriso. Sono soli contro i propri demoni e sperano, giorno dopo giorno, di essere abbastanza forti per continuare a sopravvivere.

Qualcuno resiste, altri no e si spengono come fiammiferi sofferenti in quella stanzetta, che presto torna buia.