L’ingiunzione diretta alla Telecom dal giudice Marina Orsini, presidente del primo collegio del tribunale penale di Genova,“procurate il braccialetto entro 20 giorni”, è andata a segno. La Telecom in pochi giorni ha recapitato il braccialetto elettronico e F.G., un siciliano quarantenne residente a Genova, condannato in primo grado a sei anni per violenza sessuale sulla moglie, è stato mandato in Sicilia, nella casa della sua famiglia d’origine. Agli arresti domiciliari. Se uscirà dall’abitazione il congegno elettronico lo segnalerà ai carabinieri del luogo e l’uomo sarà arrestato per evasione.

Dice a ilfattoquotidiano.it l’avvocato Giusy Morabito che col collega Michele Ispodamia ne ha assunto la difesa, dopo la condanna: “La moglie è stata alloggiata in una struttura protetta della Provincia, in una località segreta per impedire al marito di mettere eventualmente in atto comportamenti a suo danno. Il giudice ha ritenuto perciò di assegnarlo agli arresti domiciliari in Sicilia, assicurandosi attraverso l’applicazione del braccialetto elettronico, una sorveglianza facilitata rispetto a quella messa in atto dai carabinieri, che verificano quotidianamente e anche più volte al giorno, l’effettiva presenza nell’abitazione dei genitori. Se esce dal perimetro dell’abitazione anche solo per andare a comprare le sigarette sarà perseguito per evasione”.

A millecinquecento chilometri di distanza dal suo aguzzino la signora – madre di un bambino -­ si sentirà alquanto sollevata. Il marito in tribunale aveva negato di averla violentata. Ma il racconto della donna è risultato, evidentemente credibile e convincente.

I fatti risalgono al gennaio scorso. La signora aveva raccontato di aver accompagnato al treno il figlioletto e alla stazione del Piano Orizzontale dei Giovi, nell’entroterra genovese. Era stata sequestrata dal marito, sotto la minaccia di una siringa riempita di un liquido bianco, che l’uomo aveva indicato come veleno. Trascinata in collina, ai Piani di Praglia, la donna era stata stuprata. “Il nostro assistito nega la violenza sessuale e confidiamo che in appello la condanna a sei anni sia drasticamente ridotta”, commenta l’avvocato Morabito. A giugno di quest’anno il decreto svuotacarceri aveva previsto l’impiego del braccialetto elettronico per indagati e condannati a pene non superiori ai tre anni assegnati agli arresti domiciliari. Nel caso genovese la misura è stata applicata dal tribunale in virtù della pericolosità sociale del reo, peraltro non ancora condannato in via definitiva.

L’introduzione dell’apparecchiatura aveva incontrato difficoltà fin dall’inizio. Il capo della polizia, Alessandro Pansa, in una comunicazione al Dap del 19 giugno scorso aveva rilevato che “a oggi si è arrivati a circa 1.600 dispositivi attivi con una saturazione del plafond di 2.000 unità prevista entro il corrente mese di giugno”. Per i nuovi braccialetti ci sarà da aspettare fino ad aprile del 2015, poiché è necessario predisporre un capitolato per la gara europea. I dati (ufficiosi) aggiornati al mese di agosto indicano in tremila pezzi la disponibilità attuale dei braccialetti. Troppo pochi, rispetto alla richiesta, come dimostra il caso genovese. Risolto d’imperio dal giudice Orsini.

La genesi del braccialetto elettronico risale al 2001. Nel 2003 una convenzione tra il Viminale e la Telecom mise a disposizione dell’azienda 81 milioni di euro per la fornitura dei congegni. Un accordo (a scadenza 2011) che la Corte dei conti definì “antieconomico e inefficace”. Nel mulinello delle polemiche finì anche Annamaria Cancellieri, ministro degli Interni del governo Monti. Appena insediata nel 2012 rinnovò la convenzione di altri sette anni. Il figlio, Piergiorgio Peluso, venne assunto con stipendio faraonico (600mila euro) proprio dalla Telecom, configurando un possibile conflitto di interessi. Il decreto 92 del 29 giugno scorso ha complicato le cose, allargando la platea dei soggetti passibili di ricevere i domiciliari col braccialetto elettronico.

La norma prevede che ogni nuovo arrestato, ma anche chi è già detenuto in attesa di giudizio o con una sentenza non ancora definitiva, deve essere inviato agli arresti domiciliari se il giudice competente prevede per lui una pena non superiore ai tre anni. Il giudice ha facoltà di procedere nello steso modo se la pena (come nel caso del marito violento) è superiore. Nell’interpretazione di alcuni magistrati, il provvedimento si applica anche per chi è già in carcere con una condanna non definitiva superiore al limite di tre anni, ma deve scontare una pena residua inferiore. Saranno quindi destinati ad uscire dalle carceri per andare a casa non solo i piccoli pusher, ma rapinatori, spacciatori o altri condannati di elevata pericolosità sociale, che non potranno essere dotati del braccialetto elettronico, perché i congegni non sono disponibili in numero sufficiente.