Secondo voi: è più facile insegnare ai figli la differenza tra il bene e il male o controllare ossessivamente le loro vite con l’illusione di preservarli dal pericolo? Sharon Standifird, una mamma del Texas, ha scelto la seconda opzione. E’ lei che ha creato la app per smartphones “Ignore no more”, con la quale – mediante l’inserimento di un codice segreto a quattro cifre – si inabilita il cellulare dei propri figli, se questi non rispondono alle telefonate o ai messaggi.

Non c’è da stupirsi che quest’ultima invenzione arrivi dalla terra degli estremi (qualche tempo fa ho incontrato una mamma americana che testava in casa ogni settimana la figlia diciottenne sull’uso di droghe); sarà però interessante scoprire se questo nuovo strumento di vigilanza farà breccia nel cuore dei genitori di tutto il mondo.

I genitori di oggi trascorrono meno tempo coi figli rispetto al passato, soprattutto le madri che non si accontentano di fare le casalinghe, e con le gravidanze posticipate più avanti nel tempo, si arriva all’adolescenza dei figli intorno ai cinquant’anni. Posto che sia sempre veritiero l’adagio “figli piccoli, problemi piccoli. Figli grandi, problemi grandi” si corre il rischio di arrivare in questa fase delicata della crescita già spompi dalla vita e dal tempo.

Forte potrebbe essere la tentazione di demandare ad un metodo di sorveglianza creato ad hoc, quello che altrimenti richiederebbe impegno e confronto con i propri ragazzi sul “diventare grandi”.

La nascita di questa controversa app è anche figlia del tempo in cui viene alla luce. Oggi, i tempi d’attesa, sono diventati un fastidio facilmente eludibile con un click. Il sapere è libertà, ma quanto di quello che scopriamo cliccando in un attimo, diventa per noi comprensione a lungo termine? Quando qualcuno ci chiama al telefono, in quanti, anziché chiedere come stiamo, domandano per prima cosa “dove siamo”?

Sharon Standifird racconta alla Cbs che un giorno, i suoi figli “non avevano voglia di rispondere alle sue telefonate”. Perché è così sgradevole accettare che i nostri figli non abbiano voglia di parlare con noi (specie se ci siamo visti poco prima) e preferiscano invece farsi gli emeriti fatti loro?

Creare un dispositivo che li privi del loro inseparabile cellulare, potrà farci sentire vittoriosi – se per successo si intende comprovare di essere ancora i più forti nel sottrargli qualcosa – ma non darà mai la garanzia di essere lì con loro.

E allora… what’s next?

Inventeremo app che attiveranno microcamere nascoste? O arriveremo a metterci una parrucca biondo platino iniziando a pedinarli sabato sera? Quando il troppo è troppo? L’ossessione del controllo nasconde in realtà un problema diverso.

L’incapacità di molte madri (e qualche padre) di trattare i propri figli come esseri autonomi, liberi, dotati di proprio discernimento. Individui con una mente indipendente e una vita dinanzi destinata a correre su un binario parallelo, disgiunto da noi. Spiarli, tormentarli, muoverli a pietà pur di includerci nella loro vita, mostra solo il patetico tentativo di trattenerli nel ruolo di bimbi bisognosi, spogliandoli di ogni responsabilità nei confronti di se stessi.

Ma poi, da che mondo e mondo, i figli sono sempre un passo avanti rispetto alle generazioni che li hanno preceduti.

E allora, siamo davvero così sicuri che se anche risponderanno al telefono, smetteranno quello che stavano facendo?   

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