(Foto: Eric Richmond – Jean Paul Gaultier per Façade, coreografia Régine Chopinot 1993). Quando il giovanissimo re di Francia, appena quindicenne, apparve a Versailles nel 1653 nel ruolo del Sole per l’opera Le Ballet de la Nuit, nessuno ebbe alcun dubbio: per la sua abilità di danzatore e la magnificenza del suo costume dorato, l’appellativo di “Re Sole” fu quasi immediato. Si apre con gli albori della grandeur di Louis XIV la narrazione che il Fashion Institute of Technology di New York, dal 13 settembre, porterà fra le stanze della sua nuova mostra Dance & Fashion: per dimostrare come moda e costume, nel corso della storia, abbiano saputo stringere un legame quasi indissolubile. Bozzetti di costumi e gallerie di abiti, illustrazioni e foto di archivio, biografie e grandi apparati che, fra aneddoti e rimandi storici, costruiscono un viaggio danzante nei secoli per unire due espressioni del bello universale.

Provando a concedersi qualche passo nella storia, vale la pena sottolineare come per il Re Sole fu la collaborazione con il suo italianissimo ballerino e strumentista Jean-Baptiste Lully (nato a Firenze come Giovanni Battista Lulli) a inaugurare l’unione fra balletto e belle arti; anche se un salto nella modernità non può certo rinunciare alla scoperta dei celebri Ballet Russes, pionieri dell’Orientalismo inizio Novecento, portati sulle scene di Parigi e delle capitali europee fra il 1909 e il 1929 dal grande impresario Sergej Djagilev. Picasso, Matisse, Braque: solo alcuni dei nomi d’arte che, con Djagilev, contribuirono all’evoluzione dei maestosi costumi di spettacoli onirici, divenuti indimenticabili. Fra i quali spicca una Coco Chanel amante della danza e mecenate delle arti, che nel 1924 disegnò gli abiti sportivi indossati dai ginnasti protagonisti della pièce Le train bleu (ispirazioni non a caso riprese anche da Karl Lagerfeld, designer della maison, con i costumi creati per l’English National Ballet nel 2009).

Iniziative di “moda ballerina” interrotte dalla guerra, ma riprese subito dopo il conflitto. Se a dominare quel periodo fu l’oscuro abito da ballo “Cigno nero”, voluto dal nuovo genio postbellico di Christian Dior in onore del celebre balletto di Tchaikovsky, gli anni Quaranta videro soprattutto la nascita di un accessorio passato alla storia, con le prime ballerine Repetto. Nel 1947, fu infatti Rose Repetto, madre dell’allora ballerino Roland Petit, a creare per il figlio un modello di scarpetta particolarmente flessibile, che divenne celebre in poco tempo anche al di fuori del mondo danzante. Consacrate ufficialmente da Brigitte Bardot (che dopo averne richiesto un modello più solido da usare in strada le utilizzò per servizi fotografici durante il Festival di Cannes del 1956), raggiunsero infine anche il mondo maschile negli anni Settanta, ai piedi di Serge Gainsbourg. Intanto però, l’impronta della danza iniziava a imporsi anche nello stile quotidiano non solo con ballerine ultrapiatte, ma anche con fuseaux e scaldacuore nei quali una esile Audrey Hepburn furoreggiava in servizi fotografici al di fuori dal set.

I grandi nomi della moda tornarono però in primo piano quando il già citato Roland Petit, divenuto intanto celeberrimo coreografo, chiamò il ventitreenne Yves Saint Laurent, enfant prodige della moda, per i costumi del suo Cyrano de Bergerac del 1959. Fu l’inizio di un’amicizia che porterà i due a collaborare nuovamente nel 1965 con l’importante Notre-Dame de Paris messo in scena all’Opéra de Paris (e portato identica al Teatro alla Scala di Milano nel febbraio 2013 con Roberto Bolle nel ruolo di Quasimodo), con musiche di Maurice Jarre: «Volevo che i costumi fossero colorati come le vetrate d’una cattedrale, e così ho preso in prestito da Mondrian il costume di Phoebus», raccontò lo stesso Saint Laurent. «Ho tentato di adeguarmi all’eterna giovinezza della coreografia (…) che con la tenerezza commovente di Quasimodo mi hanno ispirato una sorta di moderno e variopinto affresco del Medioevo».

Collaborazioni continue, quelle fra la moda e la danza, sviluppate nei decenni in un tourbillon inarrestabile. Gli anni Ottanta di Jean Paul Gaultier e i costumi disegnati per 14 balletti della coreografa Régine Chopinot, dal 1983 al 1994, fra i quali emerge (non a caso) Le Défilé: a metà fra balletto e sfilata per sedici fra danzatrici e modelle, con uno spettacolo che ebbe il merito di rafforzare ancor di più il legame fra moda e coreografia. In quegli anni intanto, anche Gianni Versace si legò in una profonda amicizia al coreografo Maurice Béjart, inaugurando con lo spettacolo Dionysos del 1985 un’ininterrotta collaborazione. Una passione parallela a quella delle più comuni sfilate, raccontò Béjart: «Gianni non creava solo dei costumi, vestiva l’anima dei ballerini». E poi i figurini dell’estroso Christian Lacroix in collaborazione fissa con il Centre national du costume de scène et de la scénographie o, nel corso del 2013, gli abiti ideati da Riccardi Tisci – direttore creativo per Givenchy – per il Bolero di Ravel in scena all’Opéra Garnier di Parigi, ma anche quelli firmati da Azzedine Alaïa per Le Nozze di Figaro a Los Angeles.

E se la moda ha saputo seguire il passo del balletto, anno dopo anno, è a New York che per la prima volta la corrente si inverte: è la danza a seguire la moda con lo spettacolo Bal de Couture, organizzato due anni fa New York City Ballet. Un tributo al “nostro” Valentino Garavani, in un tripudio di abiti d’alta moda disegnati dallo stesso stilista, animati sulle musiche dell’Eugene Onegin di Tschaikovsky (dal 13 settembre al 3 gennaio 2015 al Fashion Institute of Technology, New York).