Già vincitore del premio Oscar Hohner Harmonicas, con 17 album incisi all’attivo, di cui cinque registrati negli Stati Uniti, Fabrizio Poggi è l’unico italiano ed europeo a essere stato candidato agli Oscar del blues nell’edizione di quest’anno, arrivati alla 35a edizione. Nella sua lunga carriera ha suonato con i grandi del blues, del rock e della canzone d’autore. E in una recensione scritta di suo pugno, Dan Aykroyd, l’Elwood Blues del film cult The Blues Brothers, di Fabrizio Poggi ha affermato che “è un armonicista da paura!”. Il suo ultimo disco, Juba Dance l’ha registrato assieme a Guy Davis, uno degli ultimi grandi maestri del blues, erede diretto di Robert Johnson e John Lee Hooker. L’album rappresenta l’incontro, l’abbraccio e la fusione totale e completa tra due musicisti provenienti da mondi apparentemente lontani, distanti anni luce. Un disco che non può che assumere il colore un po’ virato di una vecchia fotografia in bianco e nero o quello di un disegno a carboncino. “Questo perché probabilmente – racconta il musicista – in un’altra vita Guy e io eravamo fratelli e già suonavamo il blues sotto la veranda di casa. Solo per noi, senza pensare a quello che sarebbe venuto dopo. E forse in quell’altra vita non c’erano nemmeno le macchine fotografiche, ma solo un ragazzino che seduto innanzi a noi tracciava i nostri ritratti su foglio di carta ingiallita, recuperata chissà dove…”. Juba Dance è arrivato secondo tra i migliori dischi acustici dell’anno, “un risultato eccezionale considerando che il premio è mondiale e che comunque ho suonato con alcuni grandissimi artisti e con molti dei miei eroi e quindi è come se avessi vinto tre o quattro Oscar del blues in una volta sola”.

Fabrizio, cos’è per te il blues?
Per me il blues non è solo una musica, è un miracolo. E il grande miracolo del blues e dello spiritual è proprio quello di essere una musica così piena di forza e saggezza da riuscire a toccare ogni cuore, in ogni parte del mondo. Non importa dove tu sia nato, quale sia la lingua che parli o il colore della tua pelle. Il blues è un  dono meraviglioso che gli afroamericani hanno voluto regalarci per guarire la nostra anima. Uomini  e  donne, che da un dolore infinito hanno saputo tirar fuori dalle acque fangose del Mississippi il blues, una musica che è diventata una medicina capace di guarire tutte le tristezze del mondo. Una musica che è diventata la madre di tutte le musiche moderne.  Sul muro di un vecchio negozio di dischi del Mississippi c’è scritto: “Chi non ama il blues ha un buco nell’anima”. E chiunque abbia ascoltato almeno una volta il blues non può che dare ragione a chi ha scritto quella frase su quel muro, tanti e tanti anni fa. Il blues è e sarà sempre attuale, magari trasformandosi come ha sempre fatto, perché il blues è rabbia, dolcezza, disperazione, tenerezza, passione. Il blues altro non è se non libertà dalla sofferenza. Libertà di scacciare le proprie malinconie, soffiando dentro a un’armonica o passando il collo spezzato di una bottiglia sul manico di una chitarra. Il blues è una grande, grandissima medicina di cui ci sarà sempre grande bisogno.

Cosa significa per te esser stato candidato agli Awards del blues?
A Memphis è stato tutto molto bello, bellissimo. Estremamente emozionante e gratificante, dopo anni di sacrifici. È un altro sogno diventato realtà. Essere lì e incontrare e parlare di blues e poi suonare davanti e con chi ha fatto la storia del mio genere preferito come dice una celebre pubblicità “non ha prezzo”. Io avevo già vinto dal giorno in cui ho iniziato a registrare Juba Dance con Guy Davis. Anzi dovrei dire dal giorno il cui il manager di Guy Davis mi chiese se fossi interessato a produrre artisticamente quello che sarebbe stato il nuovo disco di Guy e di suonare l’armonica nello stesso. A lui e a Guy erano piaciute tantissimo le atmosfere presenti nei miei ultimi album quindi cosa chiedere di più quando uno dei numeri uno del blues acustico internazionale, uno che ha il blues nel proprio dna ti chiede una cosa del genere. Quello è molto più di un Oscar del blues perché vuol dire che sei diventato parte della grande famiglia del blues. Uno di loro, e che hai imparato la lingua musicale del blues e che la parli bene, in maniera autentica. Il che non è poco. Sono il primo italiano, il primo europeo, a parte gli inglesi. E spero di non essere l’ultimo ma di aver aperto la strade a molti musicisti che verranno dopo di me.

Mi racconti della collaborazione con Guy Davis? Come è andato il vostro incontro?
Il mio primo incontro con Guy Davis risale al 2007 quando ci siamo conosciuti a un festival blues negli States. Tra noi è nata quasi subito una profonda amicizia basata non solo sulla stima reciproca ma anche sulla passione che entrambi abbiamo per il blues più autentico, quello delle radici, quello che gli schiavi cantavano nelle piantagioni di cotone. Negli ultimi sei anni il nostro stretto legame personale si è concretizzato sia in concerti live, nell’incisione da parte di Guy di un paio di tracce nel mio disco Spirit & Freedom e ora in questo disco che Guy Davis mi ha chiesto di produrre artisticamente. Un attestato di stima che mi emoziona e mi riempie di orgoglio anche perché Guy Davis è uno degli ultimi grandi maestri del blues erede diretto di Robert Johnson e John Lee Hooker.

Quale credi sia l’interesse del nostro paese nei confronti del blues?
L’interesse della gente comune intorno al blues è enorme. Le piazze in cui si suona questa musica sono solitamente stipate all’inverosimile e la gente partecipa con calore e affetto a questi eventi. Ormai ci sono festival blues ovunque segno che questa musica piace, piace interessa e appassiona. Purtroppo nel nostro paese tutto gira ancora intorno alla televisione e questo è davvero incredibile oggigiorno. La tv rappresenta un mondo compreso quello musicale assolutamente scollato da quello reale. La colpa è naturalmente di quelli che ancora oggi guidano l’autobus, di quelli che sono nella stanza dei bottoni della cultura italiana e inculcano alla gente i loro stessi gusti e le loro opinioni dicendo una frase che è come una bestemmia: “Questo è quello che piace alla gente”. No. Questo è quello che piace a loro! Noi dovremmo riuscire a importare dagli altri paesi il “vero” amore per la musica. Quella vera, quella che ancora non si trova né su Google né su YouTube. La musica per alcuni popoli fa davvero parte della vita di ogni giorno: è una necessità come l’aria, l’acqua e il cibo. Non ricordo più chi lo diceva ma da loro vale il detto che ogni giorno in cui non si è ascoltata musica almeno una volta è un giorno sprecato. Non volevo farlo ma anch’io in questo momento sono incappato in uno degli sport nazionali ovvero la polemica continua. Però forse in questo paese bellissimo e come dice Sorrentino “davvero pazzo” e senza regole va bene così.

Da esponente di questo genere, per creare interesse nei più giovani, quale nome indicheresti?
Quando mi sono avvicinato al blues ero anch’io giovane e non mi sono certo spaventato se i musicisti che ascoltavo erano già scomparsi da un pezzo o avevano l’età di mio padre o di mio nonno. La musica non ha età. In ogni caso ci sono tantissimi giovani musicisti che in Italia o all’estero propongono il loro modo di vedere il blues. I più famosi naturalmente arrivano da oltreoceano e si chiamano Joe Bonamassa, Derek Trucks, Carolina Chocolate Drops, Kenny Wayne Shepard. Ma poi il bello di musiche come il blues è quello di farsi incuriosire da un nome per poi scoprirne inevitabilmente altri come in un’appassionante caccia al tesoro. E poi non dimentichiamo che dietro ogni canzone blues c’è una storia spesso affascinante e coinvolgente.