Oggi sul blog della scrittrice Teresa Ciabatti leggo uno dei suoi incantevoli quadretti che io ho sempre creduto surrealisti, e credo che lo siano, e in questo Teresa a mio avviso è inarrivabile. E Teresa lo sa, deve saperlo, perché non una volta le ho espresso la mia assoluta stima, sono incantata (lo sai Teresa, sì) dalla sua capacità di far ridere o sorridere con un profondo strazio nel cuore e i suoi personaggi stralunati sono irripetibili. Tornando alla conversazione nel blog di Teresa leggo dunque qualcosa che attiene al grande romanzo. Teresa, aspettano il tuo grande romanzo. Ba. Ce la farai? Ce la faremo? No, perché anche a me si contesta un tale traguardo, persino qui, certi tra voi, si fermano apposta per farmi le pulci. Ma bravi bravi, certo è giusto. Allora dico: Teresa, oggi, avrà ancora un senso parlare di grande romanzo? No, dico, a costoro dovremmo chiedere: con quali parametri, amici? Quali parametri dobbiamo usare. Il grande romanzo ottocentesco; la struttura da primo Novecento o il Neorealismo? Nel mio caso, osservano i migliori detrattori o al contrario i veementi estimatori: non lo scriverai mai un romanzo, i tuoi non lo sono. Bé, dico, uso la ricorsività, blocchi narrativi che tornano. Non ci capite un cacchio, bene. Vero. Avete ragione. Forse il grande romanzo sarà il non romanzo, la traduzione di un neonato gergo di una neonata società liquida, dai contorni che ci sfuggono ancora. Non siamo normoequiparabili. Giusto Teresa? (Teresa scrive per il cinema anche, nda).

No perché dobbiamo necessariamente somigliare a qualcuno? Non possiamo dire andiamo avanti, da qui in poi chi può sperimenta, ci prova? Il grande romanzo. trama-snodo-intreccio-finale. Bei dialoghi, per carità. Eccolo il grande romanzo. Se non fosse che tolti i russi e pochi altri, cosa andiamo cercando ancora. Direi nuove strade. Personalmente ho perso interesse per le maiuscole e per una punteggiatura che non possa tornare utile al suono, al ritmo di un testo, ad esempio. I blocchi narrativi che tornano sono la mia cifra ad esempio, pure facendo inorridire i più tradizionalisti tra i cultori delle belle lettere forse. Ma so fare solo questo. Teresa sa raccontare la miseria del mondo, le sue fallaci lusinghe, con una mano implacabile, il riso che ha il suono del singhiozzo, ecco mi vengono in mente i personaggi di Cechov. In definitiva dico se abbia ancora un senso parlare di grande romanzo, considerato che non abbiamo la più pallida idea, non ancora, di dove stiamo andando, di quali siano gli stati generali della letteratura. E la parola è un movimento, un concetto dinamico, addirittura instabile. Tentiamo soltanto di raccontare, stare dentro il giogo, qualcosa che deve arrivare. Noi siamo dentro. Noi che scriviamo (so che questa ultima cosa adesso farà incazzare qualcuno, non è snobismo però, state calmi).