È trascorsa una settimana dalla pubblicazione del report di Amnesty International sulle morti di civili avvenute in Afghanistan nel quinquennio 2009-2013. Si tratta di un lavoro di ricerca molto accurato, durato nove mesi, dal luglio 2013 fino allo scorso marzo. È stato ampiamente ripreso dalla stampa italiana e internazionale. Per descrivere le dinamiche di un fenomeno così complesso i ricercatori hanno scelto di soffermarsi su un numero ristretto di casi concreti. Grazie alle testimonianze di chi è sopravvissuto e dei parenti delle vittime hanno ricostruito nei dettagli dieci incidenti in cui a causa di un uso eccessivo della forza militare da parte del contingente internazionale hanno perso la vita almeno 140 civili afghani. Più di un terzo, 50, erano bambini.

Leggendo attentamente le ricostruzioni e andando oltre la dimensione prettamente numerica si riesce a cogliere l’aspetto più controverso di questo documento, la testimonianza, a tratti estremamente drammatica, dell’impotenza dei familiari delle vittime di fronte alla brutalità dei fatti. La difficoltà strutturale nel denunciare a una qualche autorità la perdita o la scomparsa di un figlio, di un genitore, di un fratello. La speranza, spesso irrealizzata, di vedere aperta un’inchiesta. Il desiderio, finora quasi mai soddisfatto, di sottoporre gli avvenimenti al vaglio della giustizia.

Le truppe Isaf (la Forza Internazionale di Assistenza alla Sicurezza) non possono essere giudicate da alcun tribunale afghano. Ogni membro del contingente internazionale risponde al sistema giudiziario del suo Paese. Anche l’Isaf gioca un ruolo, perché può attivare un Jiat (Joint Incident Assessment Team), un gruppo di esperti con il compito di stabilire se siano avvenute delle morti di civili e nel caso riportare l’accaduto. Amnesty International denuncia la scarsa efficacia di questo metodo perché i report dei Jiat sono segreti e la possibilità che mettano in moto un’inchiesta dipende dalla volontà dell’Isaf di investigare sul comportamento dei suoi stessi uomini. 

Un esempio offerto nel report può fare luce sul dramma di chi pone domande ma non ottiene risposte. Nel novembre 2012 Qandi Agha, un dipendente del ministero della Cultura afghano, fu arrestato da un’unità delle forze speciali statunitensi e condotto in una base militare. Stando al racconto del cinquantunenne sarebbe stato preso a calci, pugni, bastonate e gli sarebbe stato perfino legato un filo di plastica intorno al pene per evitare che facesse pipì. Poi lo avrebbero appeso per le mani, bendato e ricoperto di acqua gelata per ore. Tutto ciò per 4 giorni, senza sosta. Dopo essere stato sottoposto a ogni forma di tortura, incluse le scosse elettriche, sarebbe stato lasciato solo per 18 giorni, e poi messo in cella con altri uomini che erano passati attraverso la stessa violenta trafila. Uno di loro, racconta Agha, fu picchiato a morte sotto i suoi occhi. Dopo essere stato tenuto in prigionia per più di un anno fu rilasciato, senza che gli fosse mai attribuito alcun crimine.

Delle esecuzioni sommarie e delle torture avvenute nella provincia di Wardak dal dicembre 2012 al febbraio 2013 ad opera delle forze speciali statunitensi si è discusso e scritto molto. Poco meno di un anno fa Matthieu Aikins ha pubblicato un lungo reportage sulla rivista Rolling Stone cercando di ricostruire i fatti accaduti durante quei mesi e chiedendosi se fossimo di fronte a crimini di guerra o a un altro episodio di “dirty war”. Secondo Amnesty International le persone sequestrate e mai più tornate vive sarebbero 18. Tra queste c’è anche Nawab Shah, un giovane camionista di  26 anni, preso in consegna dall’unità delle forze speciali statunitensi nel gennaio 2013 e ritrovato morto due mesi dopo. Suo fratello, Nazifullah, racconta così gli sforzi, vani, di raccogliere notizie su Nawab Shah prima del ritrovamento del suo cadavere: “Siamo andati ovunque per chiedere aiuto. Abbiamo chiesto di incontrare Nawab e di sapere di quali crimini fosse accusato, ma non abbiamo mai avuto risposta”.