Ci sono due modi di guardare ai bambini palestinesi morti a Gaza sotto le bombe israeliane, oppure ai bambini yazidi che stanno morendo in Iraq sul monte Sinjar. Basta cambiare canale dal 526 al 532 per toccare con mano la differenza tra le cronache di Cnn e Al Jazeera. Negli ultimi giorni le due maggiori reti internazionali di informazione stanno dando il meglio nel coprire le crisi mediorientali. L’obiettivo delle loro telecamere ha però un focus diverso. In Iraq, la Cnn racconta l’esodo biblico di un popolo in fuga dall’avanzata dell’estremismo islamico, mentre Al Jazeera tratta il tema come una delle tante crisi umanitarie determinate dal collasso dell’Iraq. Simmetricamente in Palestina la Cnn si occupa con distacco dei 1.950 palestinesi uccisi dagli israeliani che invece sono al centro della programmazione di Al Jazeera, una rete di proprietà del Qatar, che ha finanziato con 400 milioni di dollari i palestinesi e Hamas. Le due televisioni hanno un ruolo fondamentale nel condizionare l’opinione pubblica. Il film di Al Jazeera con i bambini feriti che chiedono l’acqua all’inviato e le donne di Gaza che intimano ai Fratelli musulmani di venire a combattere a Gaza, può trasformarsi in un potente appello a scendere in guerra per migliaia di estremisti islamici. I servizi della Cnn con le immagini degli inviati che vanno a salvare i bambini yazidi sono state fondamentali nel determinare Obama a inviare 130 uomini in Iraq. La divaricazione delle rispettive cronache riflette la radicalizzazione dello scontro e la frattura culturale.

Al Jazeera International trasmette in questi giorni un documentario sull’invasione di Gaza, girato dalla casa madre araba ma disponibile sul canale inglese. Si intitola Attack and aftermath e racconta “l’attacco” dei tank israeliani il 24 luglio e “le conseguenze”. Il coraggioso inviato Tamer Al Meshal il 2 agosto entra nel villaggio di Kuza’a con elmetto e giubbotto antiproiettile mostrando uomini che scavano con le mani nude per tirare fuori dalla terra i cadaveri dei loro fratelli e le madri dei palestinesi uccisi, circondate dai bambini che guardano con dignità la telecamera mentre una lacrima gli riga lo sguardo fiero. Un ragazzo palestinese dice all’inviato che ci sono cinque ragazzi giustiziati e lo guida verso il luogo dell’esecuzione. Parte così una marcia drammatica tra le macerie, i bambini e le galline. Un ragazzo con la maglietta del Barcellona guida la telecamera di Al Jazeera in una dimora appena ristrutturata. Nel bagno ci sono i corpi dei cinque giovani accatastati uno sull’altro nel sangue che inzuppa i jeans. L’inviato si volta verso la telecamera e dice commosso: “La città di Kuza’a ha chiaramente dovuto subire un massacro”.

Il documentario è un pugno nello stomaco ai leader arabi che restano inerti contro “le truppe dell’invasore sionista”. A loro grida “codardi” una madre in lacrime. La crisi è seguita da molti inviati sul campo con grande esperienza, spesso provenienti dalla Bbc. A ritmo continuo come un rullo, ogni ora, parte la scheda: “Gaza sotto il fuoco“. Si vedono le bombe israeliane, le macerie di Gaza, un uomo che fugge con un bambino indifeso in braccio. Seguono i cartelli con i numeri che parlano da soli: 1.957 palestinesi morti nell’attacco, 73 per cento civili. Di questi 469 sono bambini. Poi 10mila feriti, più di 209 mila rifugiati. Seguono le cifre israeliane: 64 vittime tra i militari e tre tra i civili. Nelle stesse ore la Cnn dedica servizi molto diversi alla crisi palestinese. L’inviato descrive dal suo studio l’attesa per la fine della tregua. Sul sito si trovano i vecchi servizi dei giorni precedenti. Alcuni parlano della ricostruzione, come se fosse tempo di voltare pagina. Sulla Cnn non ci sono anziane donne che piangono, uomini che lanciano appelli per la resistenza all’invasore davanti alle macerie fumanti. La vittima intervistata in un servizio è un ricco moderato e ben vestito, che mostra all’inviato di Cnn, John Vause, la sua fattoria distrutta dagli israeliani anche se lui è contro Hamas. La crisi umanitaria è coperta in via indiretta con un’intervista a Cecilia Goin della Croce Rossa internazionale.

In Iraq lo scenario si ribalta. Come Al Jazeera narrava la crisi palestinese con gli occhi terrorizzati delle vittime di Kuza’a village così la Cnn entra nella crisi irachena puntando la telecamera sulle vittime delle forze islamiche dell’Isis. Lo spot che passa su Cnn ogni ora non è quello dei 1.957 morti di Gaza ma l’immagine dell’aereo che raggiunge il Monte Sinjar con a bordo l’inviato della Cnn per salvare decine di migliaia di yazidi colpevoli solo di non essere islamici. Come gli inviati di Al Jazeera a Gaza anche quelli della Cnn sul monte Sinjar fanno parte del film. Ivan Watson di Cnn sembra uscito da un film americano degli anni Ottanta dove l’inviato di guerra era impersonato da Robert Redford o Mel Gibson.

Con il ciuffo biondo che sventaglia a pochi centimetri dalla mitragliatrice che protegge l’aereo dagli islamici dell’Isis, Watson mostra dal portellone aperto dell’aereo la distesa punteggiata di disperati yazidi in fuga. “Ecco lì sotto la gente intrappolata su questo monte. Molte donne e bambini”. Prima l’equipaggio dell’esercito spara contro i militanti islamici e poi lancia pacchi agli yazidi. L’aereo si abbassa. Fanno salire i vecchi e i ragazzini. “Guardate – grida Watson ai suoi telespettatori – ci lanciano i loro bambini a bordo”. Watson il 31 maggio è stato arrestato in diretta a Istanbul dai poliziotti di Erdogan. Due mesi dopo lo ritroviamo sull’aereo che abbraccia gli yazidi salvati. Al ritorno, quando partono di nuovo gli spari contro l’Isis, i bambini piangono e si tappano le orecchie. Per fortuna dopo pochi minuti i bambini sorridono e il senior correspondant con il giubbotto antiproiettile si scambia il cinque con loro come ogni americano che si rispetti. Nei campi che ospitano gli yazidi altri inviati della Cnn offrono il microfono ai sopravvissuti.

Nei loro racconti, nella titolazione e nell’impaginazione dei servizi, è evidente che i cattivi sono i fanatici islamici. Un uomo racconta che i suoi vicini di casa, islamici sunniti, hanno cominciato a uccidere gli yazidi. Nella fuga ha perso i fratelli nella polvere del monte Sinjar: “Erano due bambini”. Un altro servizio mostra una processione di uomini con la tunica e donne velate: “La scena sembra biblica: un esodo per fuggire dalla morte”. Poi arriva l’intervista a una donna con in braccio un bambino con il costume di Superman. Anche Al Jazeera ha i suoi in zona. Per giorni ha mantenuto sullo sfondo la tragedia della fuga degli yazidi. Nessun inviato che vola sul monte Sinjar. La fuga nei primi giorni della crisi non è stata raccontata come una conseguenza della violenza brutale delle truppe dell’Isis che pretendono la conversione e sequestrano le donne. La corrispondente Jane Arraf intervista un’operatrice della Divia Charity Organizations che parla di “400 donne prese e non sappiamo dove siano”, ma la notizia non è mai il centro dei suoi servizi. Certo, sono notizie non confermate, ma Al Jazeera non fa molto per contestualizzare le violenze dei combattenti islamici dell’Isis.

Anche l’altra inviata, Zeina Khodor, spende molte parole per raccontare la situazione militare ma quando arriva a parlare degli yazidi come vittime aggiunge subito: “Non sono l’unica comunità a soffrire, molti sciiti e sunniti hanno lasciato le loro case”. Nessun riferimento ai cristiani che pure sono stati perseguitati, come raccontato anche da Al Jazeera il 19 luglio con un servizio da Mosul, e sono accampati nelle chiese proprio nella città di Ebril (il 16 agosto Al jazeera ha fatto un servizio da Beirut sulla fuga de cristiani dall’Iraq, ndr). Solo martedì 12 agosto anche Al Jazeera, dopo essere stata anticipata dai racconti in volo degli inviati di Cnn e Bbc dal monte Sinjar, dopo il ferimento dei colleghi del New York Times nell’incidente di un altro elicottero, ha cominciato a dedicare servizi più approfonditi con interviste dei rifugiati della corrispondente Jane Arraf. Così nelle ultime ore anche Al Jazeera racconta che le donne riferiscono brutti racconti e che decine di migliaia di yazidi sono in fuga perché minacciati di morte “se non si convertono”.

Da Il Fatto Quotidiano del 14 agosto 2014