Sciocchezzaio ferragostano declinato in contrapposti manicheismi un tanto al chilo: le speculari visioni in bianco e nero.

Alessandro Di Battista sentenzia che «l’unica possibilità per chi si ribella è il terrore» e subito scattano le repliche di perfidi vecchi e nuovi; il cattivissimo d’annata Fabrizio Cicchetto e la soave viperetta del Trentino, la nuova entrata nello zoo dei mordaci velenosi Debora Serracchiani.

Due vere lenze – over e under – pronte a fare la boccuccia sdegnata e impartire lezioncine di politicamente corretto a scopo di calcolato posizionamento elettorale; con successivo passaggio allo sportello del facile consenso per incassarne il dividendo. Nella convinzione che il proprio target voglia sentirsi dire quanto costoro dichiarano, atteggiandosi ad anime belle: «Terrorismo? Non si deve neppure nominarlo… Parole farneticanti, sono un pericolo… In questo modo si fa il gioco di… [a scelta: Vladimir Putin, Dart Vader di Guerre Stellari, l’Agenzia delle Entrate, il Comandante Schettino, Mario Balotelli o qualche altro reprobo certificato]…» E così sciorinando tutto il campionario dell’indignazione a tassametro.

Se non si trattasse di una recita ad uso e consumo del proprio pubblico più boccalone, varrebbe la pena di ricordare a questi Gandhi per una notte che – storicamente – la qualifica di “terrorista” è sempre stata affibbiata – e da parte dell’ordine minacciato – a qualsivoglia movimento insurrezionale; qualunque fossero i profili, le strategie e i colpi di mano dei contendenti. Terroristi erano – a detta del dittatore Fulgentio Batista – i barbudos che con Fidel Castro si preparavano sulla Sierra Maestra a liberare Cuba da un regime arcicorrotto, come “terroristi” venivano bollati i nostri partigiani dalle forze di occupazione naziste. Giuseppe Mazzini fu considerato a lungo un pericoloso “terrorista” (dalle polizie di mezza Europa come dai codini sabaudi e papalini). Con un ulteriore codicillo: il terrorismo è una tattica, non un soggetto. L’unico a credere il contrario era quella mente eccelsa di Bush junior, proprio perché aveva visto troppi film con John Wayne; tanto che ora Obama non sa come uscire dai pantani e dalle pietraie in cui il suo predecessore a fumetti ha cacciato l’esercito più potente del mondo.

Sicché, dato ai critici quello che loro spetta e venendo allo specifico, vale la pena di precisare che gli ultimi avvenimenti in Iraq meriterebbe qualcosa di meglio della faciloneria sciorinata dal Di Battista; visto che dall’incubatrice iperoscurantista del fondamentalismo islamico ha preso corpo un mostro assassino che promette genocidi a ripetizione.

Capisco che per un giovanotto di chiara matrice cattocomunista il fanatismo di qualsivoglia matrice può suscitare non vaghissime pulsioni all’identificazione, o – comunque – alla solidarietà. Forse si potrebbero scegliere con più attenzione (e acume) i propri “compagnos de route” intellettuali, nonostante il precedente di Beppe Grillo con la banda inglese dei fan di Mussolini, guidati dall’ilare Nigel Farage.

Ma forse anche il parlamentare cinquestelle, protagonista del mediocre siparietto estivo, ha retrostanti motivazioni non dissimili da quelle del duo Serracchiani-Cicchitto: compiacere qualcuno. Nel suo caso, l’ala elettorale degli sfigati-incazzati; quelli che un tempo si collocavano nella sinistra ultra-benaltrista, tra il rilancio immaginario permanente e la corsa a perdifiato a ovest di paperino (ieri mi sono trovato a discutere con uno di questi sopravvissuti; infervorato a spiegarmi – da bravo reduce trotskista – che «Stalin era soltanto un servo degli americani»); i quali ora si aggirano alla ricerca di una casa/casetta/casamatta che possa fornire una qualche ospitalità alle loro frustrazioni.

Da qui un dubbio: anche il duro-puro Di Battista sta ripercorrendo la mutazione genetica di Luigi Di Maio, verso l’ibridazione del proprio Dna pubblico con proteine di politica politicante in acido nucleico? Le imminenti piogge autunnali daranno risposta all’angoscioso dilemma.