Vorrei con queste righe cercare di aprire un dialogo, qui sul blog, con la parte più risoluta del Movimento, gli stessi che in questi anni si sono sentiti definire in tanti modi, non tutti propriamente educati. Io, dosando e arrotondando per difetto l’ironia (sic!), il buongusto e la leggerissima propensione al turpiloquio che m’è parso di cogliere in alcuni commenti al mio primo post, ho scelto il neologismo “grillebani”. Oh, beninteso, se non vi piace lo si rottama. E di una compagine da sempre all’apice della vis creativa nello sberleffo e nella storpiatura dei nomi, imputeremo al “basso stato e frale” della natura umana l’inosservanza dell’evangelico non fare agli altri…

Mi rivolgo, dicevo, a quella parte, non m’importa qui attribuirle una dimensione, incapace o indisposta (o un mix delle due) ad ammettere non già la bontà e nemmeno la legittimità, bensì il diritto minimo all’esistenza di letture critiche del Movimento 5 Stelle e dei suoi fondatori. Lo faccio perché, contrariamente alla vulgata grillebana, il termine critica non è, alla lettera, sinonimo di offesa. Eppure non saprei attribuire ad altro, se non all’offesa – e non a una qualunque, ma a una di quelle sopra cui non si passa – molte delle reazioni al mio pezzo (sì, li ho letti quasi tutti i commenti, e a prescindere da come la pensiate, ci tengo senza alcuna ironia a dirvi che vi sono grato degli spunti che avete condiviso).

Non sono il primo e non sarò certo l’ultimo a essere (anche gratuitamente) insultato per aver attentato all’ortodossia grillina (i cui confini permangono tuttora piuttosto controversi e sfumati), benché non mi aspettassi d’essere accluso alle liste di proscrizione alla prima (col Montanelli del mausoleo di Arcore vorrei dire domine non sum dignus).

In questi anni, Grillo prima, e i ragazzi del Movimento poi, hanno trasformato in realtà un progetto ambizioso, a lungo ignorato, censurato e liquidato con dappocaggine da media, politica (Fassino per tutti…), commentatori e accademici. Com’è nell’ordine naturale delle cose, ci sono stati successi, promesse mantenute e patti disattesi, delusioni, errori (qualcuno ammesso anche dai leader), cambiamenti. Mi spingo anche più in là: con buona pace di chi davvero crede al topos retorico “1vale1” (che confonde, non si capisce quanto consapevolmente, i concetti di egualitarismo e democrazia diretta), gli interventi del leader e le epurazioni (per quanto discutibili nel metodo) sono stati l’unica alternativa concreta alla disgregazione di un soggetto politico e sociale, il Movimento, la cui identità è ancora lontana dall’essere matura (sto solo dicendo che è giovane, non è un giudizio di valore). Che gli assoli di aspiranti delfini siano stoppati sul nascere e severamente sanzionati è (socio)logicamente comprensibile e, razionalmente, ammissibile (sul piano emotivo, se non si è cinici o vuoti, subentra qualche difficoltà in più). Ma il governo di un Movimento che non vuole essere solo un fiore all’occhiello della democrazia, ma addirittura rifondarla su nuove basi, non può e non deve avere nulla a che fare con l’intolleranza e il fondamentalismo: “Poiché è questo – cioè le opinioni e i sentimenti che gli uomini nutrono verso chi disconosce le convinzioni che ritengono importanti – che fa del nostro un paese in cui non vi è libertà intellettuale” (J.S. Mill, On liberty). Lo schifo che ci circonda, di cui il M5S e i suoi sostenitori non detengono il monopolio della denuncia tantomeno quello dei rimedi, non sarà mai abbastanza per costituire un valido alibi alla deroga dei più elementari principi di libertà e tolleranza.

Sperando di poter aprire un dialogo,

Giuseppe

Ps. Non sono un troll del Pd (anche se adesso so come vestirmi ad Halloween).