Pensiero-dannato-FanonIl libro di Viola Carofalo, Un pensiero dannato. Frantz Fanon e la politica del riconoscimento (Mimesis, Milano-Udine, 2013), è fondamentale per comprendere fino in fondo il pensiero deflagrante, corrosivo, labirintico e controverso di uno dei pensatori più dannati del secolo scorso: Frantz Fanon. Pubblicato da circa un anno, il testo si inserisce in un momento storico in cui l’attenzione per le opere di Fanon sembra subire, in tutto il mondo, un’impennata, in parte anche a causa del cinquantenario della sua morte e della pubblicazione del suo libro più famoso, I dannati della terra

L’autrice – la cui acuta ed elegante scrittura spicca per chiarezza e semplicità – contrariamente a quanto abbiamo visto realizzarsi negli ultimi anni sull’opera del pensatore martinicano, non punta soltanto a mostrare la valenza della sua riflessione, o magari a piegarla a sostegno di una teoria piuttosto che di un’altra, ma si spinge a mettere in luce il “metodo” fanoniano di comprensione e trasformazione dell’esistente, senza trascurarne i chiaroscuri e i limiti intrinseci. Operazione per nulla scontata e facile, specie se si considera la “lacerazione” adoperata, a partire dagli anni ’70 e ’80, sul corpo del pensiero fanoniano.  Come opportunamente sottolinea l’autrice: “La riflessione del pensatore martinicano è stata infatti sottoposta ad un processo di reinterpretazione e appropriazione talmente radicale da metterci in condizione di poter parlare di un vero e proprio sdoppiamento: nella sua prima resurrezione è il teorico della violenza e il militante delle lotte antimperialiste dei I dannati della terra, nella seconda è lo psichiatra di Pelle nera, maschere bianche, padre spirituale degli studi postcoloniali” (p. 7).

Ed in effetti, negli anni ’70, Fanon era diventato – assieme a W.E.B. du Bois e Malcom X – uno dei pensatori di riferimento del movimento di liberazione afroamericano. La fine del movimento afroamericano – schiacciato dalla repressione e affogato nel crack – segnò anche la scomparsa di Fanon da ogni lotta e discussione sul razzismo, sulla colonizzazione e sull’autocolonizzazione, sulla repressione, sulle politiche di riconoscimento e disconoscimento. Ma ciò è durato per poco tempo, perché il pensatore martinicano è rinato nuovamente negli anni ’80, ma questa volta in una nuova veste: quello di teorico e padre spirituale della critica della mondializzazione e degli studi postcoloniali. Ai tre riferimenti teorici del Black Panther Party for Self-Defence (Fanon, du Bois e Malcom X) si sono in seguito sostituiti i “tre intellettuali pensatori dell’alterità e del rapporto tra le culture – Said, Bhabha e Spivak – che rileggeranno Fanon principalmente a partire da Pelle nera, maschere bianche” (p. 10). Nella nuova veste – spiega Carofalo – Frantz viene quasi spogliato del suo abbigliamento di militante rivoluzionario, per essere infilato in un abito doppiopetto, abile a discettare solo di rapporti tra culture, di mera violenza simbolica e di uno “spazio terzo” di incontro tra colonizzatori e colonizzati. Insomma, Frantz è diventato così, suo malgrado, dr. Fanon.

Viola Carofalo (che da pochissimi mesi ha pubblicato una intensa e ragionata antologia su Fanon: Fanon. Lo spettro negro, La Casa Usher, Roma, 2014), oltre a ricostruire con accuratezza e intelligenza i recenti dibattiti sul combattente Frantz e su dr. Fanon, compie un’operazione necessaria ed estremamente utile per tutti coloro che hanno studiato ed apprezzato il pensiero dannato dello psichiatra e rivoluzionario martinicano: mette a confronto, in modo rigoroso e senza sconti, la teoria fanoniana con quella marxista, con l’approccio fenomenologico e con quello esistenzialista, – senza, tra l’altro, trascurare la sua esperienza di medico psichiatra e combattente –, riconosciuti come le fonti teoriche più importanti da cui Fanon ha costruito il suo impianto teorico e da cui ha tratto la sua particolarissima (e probabilmente la più vera) idea di alienazione, “intesa non solo come sposessamento materiale, ma anche come smarrimento, perdita di senso, come rovesciamento per mezzo del quale ciò che è animale diventa umano e ciò che è umano diventa animale” (p. 11).

Composto di quattro capitoli (1. Pelle bianca e maschere Nere. Autoalienazione e autocolonizzazione dell’individuo dominato/ 2. Bianca come il latte e rossa come il sangue. Le donne come salvatrici della razza tra inferiorità, compensazione, violenza carnale e amore autentico/ 3. Il Negro e Hegel. Sul pensiero tragico di Fanon/ 4. Con il coltello alla gola. Per una fenomenologia della violenza) densi e ricchi di riferimenti culturali e politici, il testo riesce a fornire uno sguardo, a tutto tondo, sul “metodo” di Frantz Fanon, cancellando gli strappi degli ultimi decenni e restituendoci un pensatore, dannato certo, che si contorce e che ci contorce, che non finisce mai di interrogarci, perché sentiamo nel profondo che le sue domande e le sue esortazioni toccano il cuore delle questioni che ci riguardano ogni giorno. Perché il mondo è pieno di dannati, perché i dannati sono i neri, ma non solo, i dannati sono tutti coloro che subiscono un danno, che sono concretamente depredati, ipersfruttati, schiacciati dalla fatica quotidiana, ma anche coloro che scontano, da vivi, il loro inferno esistenziale. I dannati sono tra di noi. Ci camminano accanto, o magari siamo noi stessi. Ma quanta consapevolezza abbiamo di ciò? Lo sappiamo che siamo dannati? Quanto l’interpretazione gerarchica del mondo, con il suo sguardo vestito di naturalezza e di eternità, toglie al mondo la plasticità e a noi la possibilità di non recitare più la nostra soggettivazione? Per avere le risposte bisogna leggere i libri di Viola Carofalo.