Se all’indomani delle rivelazioni sullo scandalo Mose, appena un paio di mesi fa, a qualcuno fosse venuto in mente di sfornare a stretto giro di posta un “instant book”, come talvolta accade in circostanze di analoga urgenza giornalistica, di certo la materia in oggetto gli avrebbe fornito, al di là della semplice cronaca, un ampio repertorio di dettagli pittoreschi e di tipi umani caricaturali non privi di una certa plumbea suggestione letteraria. E se pensiamo a certi dettagli sapidi (o, a seconda dei punti di vista, amaramente avvilenti) delle scorse settimane, a base di ville venete misteriosamente ristrutturate, segretarie plenipotenziarie, mogli imperiose, funzionari pubblici avidi nonché –ça va sans dire– politici sistematicamente dediti al ladrocinio, avremo una vaga idea della concorrenza sleale della realtà italiana odierna rispetto alla fantasia romanzesca.

Ma invece di rincorrere l’attualità Barbara Codogno è riuscita a far di meglio, arrivando addirittura ad anticiparla di circa un mese tratteggiando, in Tutti figli della serva (Gaffi, maggio 2014, pp. 198) un affresco, a tinte volutamente grottesche e deformi, di un Veneto dilaniato dalle malefatte di una criminalità trasversale, che si irradia dai bassifondi fino ai colletti bianchi. Comune denominatore, ovvero unica ossessione ispiratrice per tutti i personaggi coinvolti è lui, il vile denaro in nome del quale tutti si avvitano in spirali esistenziali sempre più squallide e degradanti: “La verità, la menzogna, un lavoro onesto, una rapina, una moglie, una puttana, un politico… Quale era la differenza tra le cose? Che differenza c’era? Erano tutti figli della stessa serva. I schei”.

Perspicacia preterintenzionale? Un viaggio senza ritorno nel cupo ventre del Nord-Est? Nulla di così realistico, anzi, a ben guardare le coordinate geografico-temporali sembrano costituire quasi un pretesto per focalizzarsi su fantasmi di gran lunga più cupi, cioè su abissi di umanità distorta di cui l’autrice si ripropone di esplorare le derive più estreme ed inverosimili. Certo, non mancano le allusioni al Brenta, storico fiume della mala, i boss provvisti di nomignoli dialettali come Caena de Oro, la pletora di marchettari tunisini, albanesi e rumeni che popolano l’argine dell’inceneritore lungo il Bacchiglione o le pastiglie di Cialis indicate con il curioso appellativo dei dolcetti veneti “zaeti”, ma la narrazione privilegia in realtà le tinte oniriche e parossistiche dell’incubo interiore.

Tutti i protagonisti appaiono abitati da pulsioni al tempo stesso elementari ed abnormi che li trascinano verso il basso, a mo’ di zavorra, costruendo vite abortite, stentate, contorte, quasi nodose ed avvitate su se stesse come in certe tipiche raffigurazioni di Schiele. Per i “figli della serva” ogni aspetto dell’umano è imparentato con l’abiezione e la degenerazione, ivi compresi gli istinti sessuali, che sono sempre biecamente organici o meccanici. Il retrogusto rancido e pulp dei bassifondi o delle discoteche periferiche in cui avvengono gli scambi di prostitute, prostituti, cocaina e droghe assortite, domina interamente la scena. Siamo lontani anni luce dal fascino altero e scintillante che aleggia in molte delle rappresentazioni artistiche o letterarie del Male con l’iniziale maiuscola: i comprimari del Don Vito Corleone de “Il Padrino” o la viscontiana famiglia Von Essenbeck della “Caduta degli Dei” decisamente non abitano qui, e, anche volendo abbassare drasticamente il tiro o ridurre il divario cronologico, nemmeno i Carrington di “Dinasty” o gli Ewing di “Dallas”.

Non c’è nulla di epico né di seppur vagamente sontuoso o imponente nell’universo corrotto abitato dai “figli della serva”, neppure quando a delinquere sono ministri, avvocati, notabili o medici come il marito della protagonista del romanzo. Ed è proprio qui che affiora il dato umano e psicopatologico più significativo dell’intera vicenda: per i “figli della serva”, ovvero per tutti coloro che oggigiorno perseguono l’accumulo pecuniario fine a se stesso, e dunque per i professionisti corrotti o per le loro donne volgari e vagamente laide, il denaro perde la sua tipica vocazione di strumento per l’acquisizione di beni, lussi o agiatezze ed innesca un vero e proprio regressus in infinitum, ovvero una coazione nevrotica e compulsiva, i cui automatismi non producono più scelte consapevoli né tanto meno effettive sensazioni di piacere o di gratificazione individuale. Spettrali e anedonici, nonché perennemente inquieti e insoddisfatti, i “figli della serva” agiscono esattamente alla maniera dei bulimici, che ingurgitano e divorano senza mai conoscere l’effettivo piacere del nutrirsi o la requie della sazietà, restando totalmente anestetizzati al gusto del cibo.