Il mestiere del giudice è difficile per tanti motivi: le norme sono complicate, la ricostruzione dei fatti non sempre agevole, l’oggettività del giudizio problematica. Ma la difficoltà più grave è la tentazione del potere: quella sensazione di aver “intuito” la verità; quell’opportunità di “fare giustizia” anche forzando codici e leggi; quel ritenersi l’uomo della provvidenza invece che l’interprete del diritto. Presto o tardi, ogni giudice ci si confronta: lo sconfitto sociale, la vittima delle circostanze, il potente spregiudicato, il criminale astuto; tutto lo sollecita all’interpretazione legale “coraggiosa”, alla giurisprudenza “creativa”, alla giustizia “sostanziale”.

Poi arriva un altro processo; e quella decisione che andava tanto bene solo un mese prima adesso proprio non può essere adottata. Si chiama eterogenesi dei fini: conseguenze non volute di un’azione funzionale a uno scopo diverso, magari addirittura opposto. Questo fenomeno ha assunto dimensioni drammatiche nel Consiglio Superiore della Magistratura. La Costituzione lo istituì come ente di amministrazione della magistratura. Art. 104: “Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”. Poi arrivò la legge 195 /1958, che gli attribuì la facoltà di dare “pareri al ministro, sui disegni di legge concernenti l’ordinamento giudiziario, l’amministrazione della giustizia e su ogni altro oggetto comunque attinente alle predette materie”. E poi arrivarono le pratiche a tutela, interventi del Csm a difesa dei magistrati “maltrattati” dalla politica in occasione di processi che ne coinvolgevano questo o quell’esponente.

Tutte cose buone e giuste, necessarie per garantire l’autonomia e l’indipendenza dei giudici. Solo, non previste dalla Costituzione. E, soprattutto, mal conciliabili con due terzi dei componenti del Csm: i magistrati, appunto, che avrebbero dovuto operare secondo le loro caratteristiche professionali: autonomia, indipendenza, professionalità giuridica, esperienza nelle decisioni. A presiedere il Tribunale di Poggio Fiorito andrà Tizio per via della sua capacità professionale e organizzativa superiore a quella di Caio; si infligge a Sempronio una sanzione disciplinare per questo o quel motivo; si trasferisce Mevio da questa a quella Procura perché divenuto incompatibile con l’esercizio delle sue funzioni. Lavoro da giudici, come si vede. Ma le pratiche a tutela nei contrasti tra politica e magistrati e i pareri (anche non richiesti) su leggi e provvedimenti vari poco hanno a che fare con il lavoro dei giudici; e molto invece con la politica. E così, eterogenesi dei fini, il Csm è diventato un ente politico. Le correnti, le alleanze, il collateralismo, tutto l’armamentario della politica si è impadronito dell’organo di auto-governo della magistratura; che continua a governarla ma con logiche e strumenti che con l’autonomia e l’indipendenza dei giudici non hanno più nulla a che fare. Le correnti “inciuciano” come qualsiasi partito: oggi a me, domani a te; costituiscono “gruppi consiliari” che producono voti imposti dalla disciplina del gruppo da cui chi dissente viene espulso; e i componenti “laici”, quelli nominati dalla politica, ovviamente si inseriscono in questo meccanismo perverso, potenziandolo e sfruttandolo. Il “parlamento dei giudici” come – con soddisfazione – alcuni organi di informazione chiamano il Csm: proprio il contrario di quello che doveva essere. C’è da meravigliarsi, a questo punto, se il Csm scaduto a luglio continuerà a funzionare fino ad ottobre (e magari oltre)? Certo che no. La scelta dei componenti laici è cosa “delicata”, non può essere effettuata sulla base della semplice competenza professionale e provata integrità morale. Prima di tutto bisogna accordarsi sulla spartizione: quanti ne toccano a ogni partito? E poi bisogna trovare persone che raccolgano il consenso di tutti i partiti. Forse oggi qualcuno non accetterebbe la nomina di un altro Brigandì, quello a suo tempo presentato dalla Lega, incriminato per abuso d’ufficio per aver consegnato a Il Giornale atti relativi a un procedimento disciplinare contro il pm Ilda Boccassini, poi espulso per una provvidenziale incompatibilità tra la funzione di consigliere del Csm e quella di amministratore di una società. E per queste cose, come è buona tradizione della politica, ci va tempo. Ma soprattutto bisogna trovare un accordo sul nome del vicepresidente. Fino alla scorsa consiliatura, il vicepresidente era nominato dal Csm appena costituito. Ma in questo modo la politica ne perdeva il controllo; e così si inaugurò il sistema di individuarlo ancora prima della nomina dei componenti laici, stipulando accordi ufficiosi con i magistrati appena eletti.

L’elezione del vicepresidente è così diventata una mera formalità: si nomina la persona imposta dai partiti con la complicità dei componenti del Csm. Complicità, certo; poiché basterebbe rivendicare la propria autonomia e indipendenza di magistrati, rifiutando accordi e promesse e votando secondo coscienza e nella sede istituzionale, il Plenum del Csm. Ma, eterogenesi dei fini, autonomia e indipendenza divengono obsoleti quando si entra nel “palazzo”; e consultazioni preliminari, accordi, cooptazioni reali o promesse nel gran circo del potere politico ne prendono il posto. E quelli che, da giudici, avrebbero scacciato dal loro ufficio chi avesse sollecitato decisioni “opportune” e “convenienti” si adattano, forse volentieri, a procedure “ufficiose”, “sostanziali”, da “ratificare” con successiva elezione formale. C’è da meravigliarsi di una proroga a ottobre o dopo? No certo; come non ci si meraviglia del fatto che non siano ancora nominati due giudici costituzionali; e come non ci si meraviglia di una nuova legge elettorale che ripropone gli stessi profili di incostituzionalità già dichiarati dalla Corte. La politica italiana di questo è fatta: spartizioni, accordi compensativi, conservazione del potere.

Dal Fatto Quotidiano del 14 agosto 2014