Le agenzie di rating danno i loro giudizi, influenzando almeno in parte l’andamento dei mercati e le sorti degli Stati. Questi ultimi, sempre più spesso, rispondono a colpi di carte bollate. Ma le “tre sorelle” non ci stanno e sparigliano le carte gridando alla ritorsione. L’ultimo caso, dopo che in febbraio si era diffusa la notizia di una richiesta di risarcimento miliardaria avviata dalla Corte dei Conti nei confronti di Standard&Poor’s, riguarda gli Stati Uniti. L’agenzia del gruppo McGraw Hill Financial incolpa il governo di Washington di nascondere il contenuto di alcuni documenti che dimostrerebbero come l’azione legale da 5 miliardi di dollari avviata l’anno scorso dall’amministrazione Obama nei confronti di S&P stessa, accusata di frode per le valutazioni troppo positive attribuite ai titoli legati ai mutui subprime, si configuri come pura rappresaglia. Insomma: secondo la società il Paese del Datagate, che spia cittadini e partner diplomatici, tiene nascoste le prove del collegamento tra la causa in corso e il downgrade del debito Usa deciso nel 2011 da S&P. E questo nonostante, come riportato dall’agenzia Bloomberg, in aprile un giudice federale abbia stabilito che il Dipartimento della Giustizia e l’ex segretario al Tesoro Timothy Geithner avrebbero dovuto fornire all’agenzia i documenti richiesti. Che a dire il vero sono arrivati, ma ampiamente “sbianchettate” perché, secondo il governo, si tratta in gran parte di materiale protetto dal rapporto di confidenzialità tra avvocato e cliente o irrilevante rispetto al tema sollevato dall’agenzia. La quale non è affatto d’accordo, tanto da aver chiesto al tribunale di costringere Washington a svelare l’intero contenuto delle carte. Tra cui le comunicazioni tra la stessa S&P e la Casa Bianca. Secondo Bloomberg il presidente di McGraw Hill Financial, Harold McGraw III, ha riferito tra l’altro che Geithner, qualche giorno dopo il downgrade del debito Usa, lo chiamò per avvertirlo che ci sarebbe stata una “reazione”.