Durante un mio girovagare notturno (si legga il blog precedente) mi ritrovo in piazzale Lotto. È una piazza grande, non bella, piena di anime di passaggio. Ma anche di storie misteriose e casi da letteratura criminale. Uno, in particolare, ultimamente mi è tornato alla mente pensando a Massimo Bossetti, il presunto assassino di Yara Gambirasio.

Ve lo racconto.

Un tempo, al posto del fast food che ora si trova verso la via Caprilli, c’era una pompa da benzina della Esso. E lì, la notte tra il 9 e il 10 febbraio 1967, durante una rapina, viene ucciso un benzinaio. Bottino: novemila lire. Il ladro, descritto da un testimone, è un biondino di un metro e ottanta, con ciuffo, cappotto marrone e borsa in mano. Subito viene diffuso un identikit, al quale segue un arresto. A San Vittore finisce un bighellone senza arte né parte, un pregiudicato noto frequentatore dei bar della zona, un amante del flipper. Si chiama Pasquale Virgilio. È lui il “biondino di piazzale Lotto”. Per i giornali la notizia si rivela una manna piovuta dal cielo. Il benzinaio assassinato è infatti un meridionale padre di quattro figli, che lavora di notte per arrotondare e si sacrifica per difendere soldi non suoi. Anche Pasquale Virgilio è un meridionale, ma di quelli che fanno del vizio uno stile di vita, difatti al lavoro preferisce l’ozio e le donne.

Nel descrivere le due figure, i media confrontano così uno dei capisaldi dello spirito calvinista milanese: cuore in mano per chiunque arrivi in città (va bene anche il terun), purché si metta al lavoro e stia zitto. Ma non solo. Trovano così anche “il mostro da sbattere in prima pagina”, quello che da una parte indigna e deresponsabilizza, dall’altra spaventa. Virgilio delinque non in quanto deviato da chissà quale condizione sociale, o per necessità, ma perché malato, cattivo, pazzo, antropologicamente asociale. La sua storia ricorda quella di Gino Girolimoni (Girolimoni, il mostro di Roma, Damiano Damiani 1972), accusato negli anni Venti di una serie di omicidi e lapidato dalla stampa. Oppure quella di Sbatti il mostro in prima pagina (Bellocchio, 1972), nel quale il cinico e snob direttore del Giornale (Gian Maria Volonté) insegna a un giovane giornalista come infiocchettare e orientare semanticamente una notizia. Con la costruzione dei mostri. 

Ma torniamo a Pasquale Virgilio. Dal giorno dell’arresto e per oltre due anni la sua vita viene scandagliata. Si leggono i diari, si ricostruisce il passato, si tira in ballo una cuginetta, si diagnostica un mal di testa come “shock da delitto”. Si trova pure una fidanzata che ne testimonia le defaillance sessuali. E lo si definisce “una personalità psicopatica di tipo misto, istrionico e mito-maniacale”, “un delinquente per tendenza”, con una “predisposizione fisiologica al crimine”. Portato a San Vittore, viene seviziato per ore e finisce per confessare. È pure sfortunato. A metterlo sotto torchio un procuratore che deve farsi perdonare un’altra storiaccia avvenuta un anno prima. È il caso della Zanzara, nel quale i giovani redattori di un giornale liceale (che addirittura parla di anticoncezionali) si sono dovuti spogliare durante l’interrogatorio. Lo prevede una circolare fascista del 1933 e serve per accertare, giacché sono minori, eventuali tare fisiche e psicologiche. Ne nasce una bufera mediatica

Lo spirito di rivalsa della procura si scarica su Pasquale Virgilio. In questo clima da inquisizione comincia il processo, che tra confronti all’americana e parate di improbabili testimoni si trascina verso un destino di condanna. Finché, durante una delle ultime udienze, un avvocato molto stimato, Gian Domenico Pisapia, invia un telegramma: «Prego sospendere il processo e attendere mio arrivo a Milano. Chiedo di essere ascoltato onde evitare un errore giudiziario». Occupandosi di un altro processo, il noto avvocato è venuto a conoscenza di una verità che, per ragioni professionali, non può dire. Ma basta la sua parola: Virgilio è innocente. L’assassino, anzi gli assassini, sono infatti tre neofascisti, i quali, si saprà dopo, volevano finanziare la svolta reazionaria dello Stato con i soldi di un benzinaio. I loro nomi sono: Roberto Rapetti (l’esecutore “biondino”), Gianni Nardi e Giancarlo Esposti. Solo il primo pagherà con il carcere (dove si suiciderà), mentre gli altri due, allora minorenni, proseguiranno la loro attività terroristica ancora per un po’ (ne parleremo un’altra volta). Pasquale Virgilio, invece, viene assolto per non aver commesso il fatto. E Guido Vergani, per risarcirlo in parte del danno, gli dedica un libro-intervista. 

Ultimamente questa storia mi è venuta in mente pensando al presunto assassino di Yara Gambirasio. Io non so se sia colpevole, perché la mia stupefacente agenzia investigativa non è tra i consulenti della procura (e non penso che mai lo sarà). Ma se ci fosse stato un errore del laboratorio e fosse innocente? Chi lo risarcirebbe? E noi? Noi che per mesi ci siamo fatti i cavoli suoi andandolo a stanare a Brembate? Che cosa sarebbe del nostro tempo perso? Qualcuno ce lo ridarebbe? Assolutamente no, come accadde per il caso del biondino di piazzale Lotto, del quale non si seppe più nulla. Uno di tanti fantasmi di questa incredibile piazza di transito, di cui parleremo anche la prossima volta.

(continua