Nel momento in cui – con la Indesit – un altro pezzo di industria italiana emigra altrove, vale la pena ricordare cosa “l’elettrodomestico bianco” abbia significato in quella stagione della storia nazionale del dopoguerra, chiamata “miracolo economico“. Una vicenda in cui marchi come Ignis, Ariston o – appunto – Indesit giocarono un ruolo decisivo per lo sviluppo, con i loro capitani (allora davvero “coraggiosi”) che diventarono volti importanti nella galleria degli imprenditori nazionali: dal cumenda Guido Borghi al confindustriale Vittorio Merloni. Tra l’altro, alla luce del fatto che i loro prodotti hanno avuto effetti decisivi nella modernizzazione del Paese. Lo intuì per primo il sociologo Francesco Alberoni, quando reimpostò le campagne pubblicitarie di un’azienda leader del settore battendo sul tasto “liberazione indotta dalle macchine risparmia tempo domestico”.

Un tema che ora ritorna rinforzato all’ennesima potenza nella riflessione di un singolare economista coreano ormai saldamente radicato nell’Università di Cambridge – Ha-Joon Chang – che giunge a mettere in discussione persino il massimo mito del tempo: Internet, il cui effetto sulla società sarebbe inferiore a quello della lavatrice (23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo, il Saggiatore, Milano 2014). A suo dire, se l’impatto delle tecnologie della comunicazione/informazione ha provocato “la fine della distanza”, le lavatrici e gli altri elettrodomestici che riducono il tempo e l’energia da dedicare alle faccende di casa, hanno permesso a larghe fasce femminili di entrare nel mondo del lavoro; liberandosi dalla schiavitù del servizio domestico. Soprattutto nei Paesi più avanzati (il Brasile ha 12-13 volte più domestici degli Stati Uniti e l’Egitto 1.800 più della Svezia), dove dalla metà degli anni ’40 il tempo per lavare 17 chili di bucato si è ridotto di 6 volte (da 4 ore a 41 minuti).

Insomma “la comparsa degli elettrodomestici, insieme all’elettricità, le condotte per l’acqua e per il gas, ha radicalmente trasformato il modo in cui vivono le donne e di conseguenza anche gli uomini… L’aumento della partecipazione al mercato del lavoro ha elevato lo status delle donne in casa e nella società, riducendo la preferenza per i figli maschi e aumentando gli investimenti nell’educazione femminile”. Un cambiamento che ha portato all’attuale 80 per cento delle donne che lavorano fuori casa. Trasformazione più radicale – ad esempio – dell’accorciamento dei tempi di trasmissione dei messaggi consentito da Internet: i 10 secondi che occorrono al fax per inviare un messaggio di 300 parole passano a 2, pari a un’accelerazione di cinque volte.

Ben maggiore fu – all’epoca – l’effetto prodotto dall’avvento del servizio telegrafico intercontinentale (1866): se prima una nave a vapore impiegava due settimane nella traversata atlantica, ora il lasso di invio del solito messaggio di 300 parole richiedeva 7-8 minuti, con una riduzione di 2.500 volte. Semmai, il primo esito sociale prodotto dall’informatizzazione del lavoro è stata la moria indotta nei posti di lavoro. Per il premio Nobel Robert Solow “un’evidenza”. Questi sono i dati, anche se l’enfasi sulla novità tecnologica tende a metterli in ombra. Come il peso dell’elettrodomestico nella vita di tutti noi e nella storia italiana. Anche perché l’antico successo mondiale di quel settore consolidò brillantemente l’idea che rendeva il Made in Italy così specifico e riconoscibile: la coniugazione di stile ed efficienza in un manufatto.

Difatti quelle macchine “bianche” funzionavano bene ed erano anche belle. Come belli erano tutti i must di quella stagione dell’economia italiana all’assalto dei mercati: era bella la Divisumma Olivetti come la Vespa Piaggio, bello e pratico il Moplen e – a modo suo – era pure bella la Seicento dell’allora Fiat (e nessuno avrebbe mai potuto neppure lontanamente immaginare che si sarebbe trasformata in Fca finendo a Detroit).

Insegnamento anche questo che andrebbe ricordato.

Il Fatto Quotidiano, 12 Agosto 2014