Cosa cambia dopo l’elezione a capo dello Stato del tre volte premier turco Recep Tayyip Erdogan? Riuscirà anche questa volta l’ex sodale del moderato Abdullah Gul a disattendere le promesse di modernità e di laicità che hanno caratterizzato i suoi tre mandati accanto a repressione, sangue e modi da ancient dittatura? Ecco che il personaggio Erdogan si presenta sempre più preda delle sue mille sfaccettature e dei suoi aspetti controversi, mentre a parole dice di voler incarnare quello spirito moderno che nell’immaginario collettivo del Paese coincide con il nome di Ataturk.

Il primo dato riguarda la scarsa recettività degli elettori. Il 52% dei turchi che lo hanno votato sembra non sia stato toccato nella cabina elettorale dai ricordi di Gezi Park, né dalle accuse di corruzione verso il premier, i suoi collaboratori e familiari, in modo particolare suo figlio coinvolto in un’intercettazione telefonica in cui discutevano di come nascondere i proventi di attività illecite. L’alternativa debole dei kemalisti laici non è riuscita a scalfire, con un candidato musulmano, lo strapotere di Erdogan, e neanche la novità del candidato curdo ha giocato un ruolo significativo. Anzi, a vincere è stato il doppio volto di Erdogan. Se da un lato è pur vero che dal suo insediamento il reddito dei turchi si è quasi triplicato, dall’altro il leader smoderatamente ambizioso si è progressivamente avvicinato ad una deriva autoritaria e dispotica, con la repressisone sanguinosa di piazza Taksim a testimoniarlo. Le ultime derive anti democratiche come la crociata ideologica contro i social network, i sorrisi delle donne, gli omosessuali e le effusioni in pubblico sono lì a testimoniare un’inversione di rotta che semplicemente non ci sarà.

Ma l’ex studente di imanhatip potrebbe a questo punto caratterizzarsi per unidirezionalità decisionale e annientamento dell’opposzione interna. Lo accusano di megalomiania, dopo che nel 2011 aveva annunciato il raddoppio del Bosforo ricordando il sogno da presagio di Maometto II il Conquistatore che, alla vigilia della caduta di Costantinopoli, vide un albero gigantesco che scaturiva dal suo corpo e che copriva con i suoi rami il futuro Impero Ottomano oltremodo ampliato. Ciò che vedono i turchi, oggi, è il neo presidente della repubblica recarsi in preghiera nella moschea degli antichi sultani: elemento che fa crescer esponenzialmente i timori nel Paese di una stretta autoritaria che fino ad oggi si è evidenziata.

“Tutta la sua forsennata campagna elettorale – osserva Nat da Polis, corrispondente da Istanbul dell’agenzia Asianews – è stata caratterizzata da continui comizi settimanali e da prediche sulla nuova Turchia che vorrebbe nelle intenzioni realizzare. E soprattutto è stata impostata non su programmi, ma su continui attacchi personali contro chi lo ha accusato di corruzione e abuso di potere”. Nelle prime ore dopo lo scrutinio “riconciliazione” è il termine con cui Erdogan ha iniziato il proprio mandato. Chissà se finirà come le promesse di laicità e di più diritti.

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