Nessuno capiva cosa stesse succedendo lassù, a Sant’Anna di Stazzema. Neda aveva 20 anni. Era sfollata con sua mamma, sua nonna e altre tre famiglie in un casolare sopra Valdicastello, abbastanza distante da quel paese intrappolato tra le Apuane. Ma gli spari le rimbombavano in testa lo stesso. Sembravano correre verso di lei, anche se erano lontani. Si coprì le orecchie per non ascoltare il ritmo frenetico delle raffiche. Non aveva mai sentito quel rumore freddo e metallico. Della guerra conosceva solo il suono cupo delle bombe che mesi prima iniziarono a piovere su tutta la costa della Versilia, e che la costrinsero a scappare dal mare. Le estati di Viareggio le mancavano, ma lì, nascosta in quel bosco ai piedi delle montagne, si sentiva al sicuro. Fino al 12 agosto del ’44.

Quel giorno Neda stette rintanata sotto un tavolo del grande stanzone per qualche ora, fino a quando i mitra si zittirono. Poi insieme agli altri uscì dal casolare per vedere quel fumo spettrale che si alzava da Sant’Anna. L’aria di agosto era irrespirabile. Era la puzza dei cadaveri e delle case che bruciavano. Loro lo ignoravano. Solo dopo vennero a sapere che in quel paesello, considerato tra i più sicuri in una Versilia infestata di tedeschi, si era consumata una strage. Non di partigiani, ma di civili. Qualcuno raccontò che reparti di élite delle Ss, guidati dai fascisti, erano saliti fin lassù, canticchiando una dolce canzone. Quando arrivarono iniziarono a strappare i neonati dalle braccia delle madri, per lanciarli in aria come sacchi di patate e infilzarli con le baionette, ridendo ed esultando ad ogni bersaglio colpito. Avevano squartato come pesci le pance delle ragazze incinte. Poi avevano rastrellato casa per casa donne, vecchi e ragazzini. Li avevano ammassati nelle cucine o nelle stalle. Li avevano falcidiati a colpi di mitra. Ad altri avevano gettato contro bombe a mano: le esplosioni dilaniarono i corpi di quei poveri Cristi. E i brandelli si sparpagliarono qua e là per le stanze. Il sangue tinse le pareti di rosso. E’ così che uccidono le bombe. Ma quel battaglione della morte non aveva ancora finito. Gli ultimi 150 abitanti rimasti vennero ingabbiati in un recinto, creato con panche e sgabelli. Pezzi di carne ammassata davanti alle truppe schierate che iniziarono a sparare di nuovo. Avevano ricaricato le armi e sparato ancora. Gesti lineari, ritmici e ossessivi delle loro mani su quei pezzi di ferro e legno. Non ne lasciarono in piedi nemmeno uno. Non risparmiarono neanche il prete. Qualcuno sopravvisse grazie a rare distrazioni. L’ultimo atto dell’eccidio programmato venne compiuto nella piazzetta davanti alla casa di Dio, che quel giorno non vide cosa stava succedendo a Sant’Anna di Stazzema.

Neda e gli altri non lo sapevano ancora cosa era andato in scena. Quello stesso giorno, la ragazza uscì per pochi minuti dal casolare: una bambina di quel gruppo di diseredati, il giorno prima, le aveva fatto vedere una pianta di fico, ricca di frutti. Era l’unica distrazione concessa dalla guerra. Valeva la pena trovarla e interrompere la dieta di pane e patate. La trovò, mangiò avidamente una decina di fichi e tornò a nascondersi. La sera si sentì male. Sudò freddo, la febbre salì, non riuscì a chiudere occhio. La mattina dopo arrivarono. Erano quattro o cinque, guidati da un sottufficiale. Da Sant’Anna erano scesi giù, fino a Valdicastello. Dovevano finire quello che avevano cominciato a inizio agosto: isolare i “banditi”, toglierli ogni appoggio, rinchiuderli sulle montagne. Gruppi di Ss vennero sguinzagliati nei boschi e non ci misero molto a scovare quel casolare. Fecero uscire la quindicina di disgraziati che lo abitavano e li misero in fila. Neda era bianca cianotica, le facevano male le gambe. Era in mezzo a sua mamma e a sua nonna. I soldati alzarono i mitra. Caricarono. Puntarono. Ma all’improvviso il sottufficiale e un suo uomo si misero a litigare. Per qualche secondo che non passava più. Con gesti stizziti fecero rompere le righe a quella schiera di condannati a morte. “Non ammazziamo voi” biascicò il comandante di quella truppa di sbandati. Si avvicinò a Neda, la prese per un braccio e fece capire che l’avrebbe portata via. Era bionda, gli occhi azzurri, bella da togliere il fiato: un buon passatempo per i suoi uomini. La ragazza vedeva immagini sfuocate, ma sentiva forte la puzza di vino e di carne bruciata addosso a quel soldato che aveva solo una manciata di anni più di lei. Poi sentì chiare le parole di sua nonna che si buttò contro quel soldato alto e robusto: “E’ malata! Polmoni, polmoni. Vi infetta, vi infetta. La lasci stare, malata, malata”. La ragazza non capì mai se il sottufficiale comprese il significato di quella supplica bugiarda o semplicemente lasciò perdere. Non si spiegò mai neppure perché chi ne aveva ammazzati 560 ne risparmiò una quindicina. Ma rimase viva. Gli spettri se ne andarono poco dopo. Accontentandosi di razziare qualche bottiglia di vinaccio e un po’ di farina.

Neda non ebbe mai problemi a raccontare questa storia. Non perdeva l’occasione per farlo, soprattutto in vecchiaia. Era l’omaggio da offrire alla memoria di chi non c’era più. Si commuoveva, certo. Ma ottanta e passati anni cicatrizzarono ogni dolore. Una cosa però non riuscì più a fare in tutta la sua vita, nonostante fosse una donna golosa: non mangiò più fichi. Quella dolcezza, a lei, faceva venire in mente quello che accadde in quei giorni. In fin dei conti le salvarono la vita, è vero. Ma allo stesso tempo la facevano sprofondare in una malinconia senza via d’uscita. Le facevano pensare alla sua giovinezza che non ci fu. Morì e fu sepolta troppo presto in quell’estate del ’44. In fondo all’abisso del Novecento.