I numeri pubblicati da Istat circa il Pil in calo dello 0,2 % nel 2° trimestre 2014 rispetto al 1° non hanno che confermato quella che era la sensazione comune ricavata dal frequentare i supermercati, dal guardare i dati sulla disoccupazione o dal leggere le statistiche circa la frequentazione dei luoghi di villeggiatura: restiamo nel pieno di una crisi storica.

Il mal comune che tutta l’Europa sembri rallentare nuovamente non è mezzo gaudio, inoltre i commenti di Draghi che mettono in evidenza come i paesi che hanno fatto riforme se la cavino meno peggio di quelli che le hanno solo annunciate, mettono spietatamente il dito nella piaga: non siamo gli ultimi solo in quanto a decrescita, ma anche in quanto a cammini riformistici.

Sparare su Renzi e i suoi rottamatori in questo momento sarebbe esercizio maramaldesco e già lo hanno fatto strumentalmente tutti i suoi avversari politici, confermando che governi destra o sinistra l’opposizione, con zero senso dello Stato è sempre pronta a sfruttare cinicamente le avversità comuni; è accaduto con il governo Berlusconi, accade ora; è nel nostro malsano patrimonio genetico politico fin dai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini.

Il governo Renzi non sta tenendo fede alle promesse riformistiche che gli hanno valso inizialmente un consenso bipartisan, questo è indubbio, tuttavia l’ambiente da riformare ci mette del suo nel fare resistenza e le pastoie burocratiche proliferate come un cancro in decenni di politica scriteriata che ha resa ipertrofica la presenza dello Stato sono sabbie mobili insidiosissime. Basta una piccola considerazione a far comprendere come i nostri legislatori abbiano creato un mostro: la vicenda Alitalia; i dipendenti addetti ai bagagli, prima di arrivare all’insano progetto di darsi malati in massa che se attuato si spera sarà punito con tutta la severità necessaria includendo il licenziamento di chi commettesse frode in associazione con altri hanno per qualche giorno applicato alla lettera la legge 626 sulla sicurezza del lavoro, con ciò immediatamente paralizzando il servizio.

L’attenzione dei media in questa vicenda è andata alla dimensione degli esuberi e alla quantità di bagagli non partiti, ma non al fatto che applicando la legge alla lettera il servizio si paralizza; i nostri legislatori hanno partorito (abortito?) una legge che se applicata come scritta impedisce la esecuzione delle attività; una legge così a mio avviso è malfatta e meriterebbe un emendamento un po’ sarcastico che aggiungesse come ultimo articolo: la presente legge non deve essere applicata come scritta. Hofstadter, nel suo mirabile “Godel, Escher e Bach “ aveva ideato il paradosso del disco che se suonato emette vibrazioni che distruggono il giradischi, bene la nostra legge 626 gli somiglia molto: se applicata distrugge il lavoro. Il problema è che di leggi paradossali potremmo averne molte e anche di volutamente incomprensibili, al punto che qualche mese fa il senatore Ichino denunciò lo strapotere dei burocrati esercitato tramite leggi “criptate”.

Dato a Cesare quel che è di Cesare e cioè riconosciute le difficoltà in cui qualsiasi governo deve operare per riformare questo paese di furbetti, veniamo alle responsabilità del governo; questo, come i precedenti ha il difetto di non partire dalla prima riforma necessaria ad aprire la serratura di tutte le altre: quella della mentalità; i messaggi di Renzi tendono sempre a essere rassicuranti, come tutti quelli di qualsiasi politico navigato: abbiamo problemi ma ce la faremo, cambieremo l’Italia tutti insieme etc.

Invece, non ce la faremo facilmente; è finita un’epoca, quella nella quale facendo debiti si potevano mantenere posizioni di rendita che oggi semplicemente non possiamo più sostenere e occorre dirlo con chiarezza; aspettano tempi durissimi per tutti e altre tasse, palesi o mascherate da minori detrazioni. Affinché ciò sia tollerato senza disobbedienza occorrono tre condizioni: che le conseguenze del non fare siano spiegate molto meglio di quanto fatto sinora, in modo da costringere i recalcitranti elettori ad accettare i cambiamenti (temporaneamente in peggio), che i sacrifici siano abbinati a un effettivo smantellamento delle rendite (anche di così detti diritti acquisiti), senza guardare in faccia a nessuno e che i contributi richiesti abbiano una natura temporanea scolpita nelle loro modalità.

Le conseguenze del procrastinare decisioni inderogabili sono già nei numeri dell’Istat e non sarebbe male gridare che potranno peggiorare ulteriormente facendolo ben comprendere ai difensori dell’impossibile; le posizioni di rendita, siano esse di natura corporativa (costi dei politici, stipendi di funzionari e commessi), clientelare (certi posti pubblici, municipalizzate) o assistenziale (pensioni distribuite con modalità non previdenziali) devono essere riviste anche con un certo grado di cinismo, un po’ come si amputa un arto in cancrena per evitare la morte di tutto il corpo; a valle delle azioni precedenti e quando sia quindi chiaro che non finirebbero ancora nelle voragini di sprechi e assistenze, si possono andare a chiedere altri contributi ai redditi elevati, avendo cura di non farlo in modo discriminatorio (per esempio colpendo alla cieca i pensionati senza i doverosi calcoli contributivi e non gli altri redditi di pari entità) e, soprattutto, con formule che prevedano la restituzione della tassazione temporanea una volta finita l’emergenza; per esempio mediante il loro bilanciamento con crediti d’imposta utilizzabili un volta superata l’emergenza.

Con una cura da cavallo del genere, che richiede nel ruolo di medico un leader carismatico e non un politico vivacchiante (senza che questo sia interpretato come un giudizio su Renzi), si potrebbero generare le risorse necessarie alla riduzione delle tasse ai redditi più bassi e alle imprese e/o del debito, ma soprattutto si creerebbero le condizioni di una qualche fiducia in un futuro meno oscuro, che sono indispensabili a convincere i cittadini al consumo anziché all’accantonamento prudente in previsione di tempi più cupi.

Il consiglio a Renzi è di creare il consenso con una comunicazione drammatica, di suscitare l’ottimismo attraverso un messaggio di preoccupazione nel senso etimologico, cioè dell’occuparsi prima che avvenga il disastro e di pestare un po’ di piedi assumendosi il rischio che si debba andare a elezioni in un clima di protesta; in quel caso saremmo alla conta ultima: se la maggioranza degli elettori decidesse democraticamente di premiare i fautori dello status quo, che si affondi tutti insieme e con rassegnazione; altrimenti potremmo provare a ripartire dopo una grande catarsi che sembra imprescindibile.