Medio Oriente e Caucaso sono regioni in fiamme, dove si intersecano diversi tipi di guerra: quella per procura in Siria, quella di conquista in Iraq, quella tra tribù in Libia, quella di religione in Palestina ed Israele, quella fratricida in Ucraina e così via. La lista è lunga. Queste sono anche regioni dove nel dopoguerra gli alleati hanno tracciato con il righello nuovi stati, senza tener conto delle etnie, delle religioni, della storia e della cultura che le caratterizzavano. I cartografi parlavano francese, inglese, russo ed anche arabo, le stesse lingue che oggi parlano gli sponsor delle nuove guerre.

La destabilizzazione del Medio Oriente ridisegna i confini del passato e mette a nudo l’ultimo fallimento del ricco occidente nella creazione di nuovi stati: l’esportazione del proprio modello democratico. Ad undici anni dall’attacco preventivo in Iraq, per evitare che Saddam lanciasse armi nucleari inesistenti contro le capitali europee e per ricostruire questa nazione secondo i principi sacrosanti della democrazia occidentale, il paese di democratico non ha proprio nulla: un élite politica sciita, guidata da un leader di parte, Maliki, ha apertamente discriminato contro sunniti e kurdi cancellando persino la memoria della convivenza delle etnie e della tolleranza religiosa.

Negli ultimi tre mesi l’avanzata dell’esercito dello Stato Islamico, composto da jihadisti sunniti, sta facendo pulizia etnica nell’area tribale ed in quella confinante con le regioni kurde e sciite, rispettivamente a nord ed a sud. E gli americani hanno ricominciato a bombardare l’Iraq.

L’Iraq che appena venticinque fa aveva il più alto tasso d’istruzione nel mondo arabo oggi precipita nell’abisso del moderno Medioevo. Moderno perché i jihadisti sono maestri della tecnologia: nelle mani del Califfato, Twitter è diventato uno strumento potentissimo della propaganda del terrore grazie alla divulgazione di immagini di barbarie inumana. Ma non basta, per la prima volta nella storia del terrorismo moderno, un’organizzazione armata sta creando con successo un nuovo stato sotto il naso della Comunità internazionale, e questo proprio grazie agli errori commessi dall’occidente in passato, ad esempio l’indifferenza nei confronti degli sponsor arabi del golfo negli ultimi tre anni, ed a quelli perpetrati nel presente, e.g. il recente testa a testa con la Russia.

In Ucraina il miraggio della democrazia occidentale e dell’ingresso nell’Unione Europea ha destabilizzato l’intera nazione. Dopo lo scorporamento della Crimea, il cambio di guardia alla guida del paese e nonostante i prestiti concessi dal Fondo Monetario (17 miliardi di dollari) la nazione è dilaniata dalla guerra civile e l’economia è in caduta libera. Giovani e meno giovani sono chiamati alle armi per combattere una guerra di cui non capiscono bene il motivo, un conflitto che nessuno di loro poteva prevedere quando da Bruxelles piovevano le offerte dell’Unione Europea.

Intanto l’economia continua a contrarsi, meno 4,7 per cento nel secondo trimestre del 2014 rispetto all’anno precedente. Nella prima metà dell’anno le importazioni sono scese del 18 per cento, le esportazioni e la produzione industriale del 5 per cento, il settore delle costruzioni del 9 per per cento.

Alla luce di questi insuccessi viene spontaneo chiedersi se l’occidente non sia rimasto fermo ai tempi della Guerra Fredda – quando il mondo era diviso in due e le due superpotenze facevano il bello ed il cattivo tempo nella loro fetta di mondo – viene anche da domandarsi se le nazioni occidentali siano ancora inebriate dalla vittoria finale sull’Unione Sovietica. E questa sclerosi storica spiegherebbe anche gli errori commessi in casa come l’espansione dell’Unione Europea ad Oriente e l’allargamento di Eurolandia.

Chi nel Medio Oriente e nel Caucaso in fiamme chiede aiuto all’America o all’Europa unita dovrebbe riflettere su questa sclerosi prima di sperare che gli aiuti finanziari o quelli militari possano riportare la crescita economica e la pace in queste disgraziate regioni del mondo.