Rimestando nel cassetto dei ricordi del mondo dello sport per dedicare a qualche campione del passato un post mi sono imbattuto prima in Carlos Monzón e poi in Abebe Bikila. Il primo, grande pugile argentino, il secondo leggendario maratoneta etiope. Entrambi hanno in comune il giorno di nascita, il 7 agosto, Bikila era del ’32, Monzón del ’42. Hanno illuminato con la loro classe, innata e purissima, le loro discipline ma un triste destino li ha sottratti alla vita troppo presto.

Dovrei celebrare uno solo dei due perché il racconto della boxe fa a botte con quello della maratona, ma le loro storie sportive, così diverse e lontane come quelle di vita, con le sue parabole ascendenti e discendenti ti rapiscono. Il figlio di un becchino che dalla provincia di Santa Fè sale su un ring per mettere ko il mondo o il figlio di un pastore etiope, entrato nella polizia come guardia personale dell’imperatore Hailé Selassié che con i suoi piedi scalzi trasforma la maratona di Roma nel sogno olimpico del barone De Coubertin e diventa un eroe nazionale. Non scelgo, racconto: Monzón scampò al tifo contratto quando ancora era in fasce, ma scampò soprattutto alla sua infanzia di strada fatta di mille lavoretti, anche sporchi che gli fecero tralasciare la scuola.

Carlos però crebbe sano e potente nel fisico e duro nell’animo. Caratteristiche perfette per il mondo della boxe nel quale fu lanciato da Amilcar Brusa, suo mentore dall’inizio, nel 1963 alla fine. Alto 184 cm per 72,5 kg di peso, era molto slanciato per i pesi medi, la categoria che dominò dal 1970 al 1977.  Non aveva una grande scherma pugilistica ma con il suo pugno pesante e preciso accompagnato da un notevole allungo diventava micidiale anche perché era un gran incassatore. Conquista il titolo del Sud America che lo proietta verso la chance mondiale a Roma contro Nino Benvenuti il 7 novembre 1970.

Monzón era poco più che uno sconosciuto, ma vince per fuori combattimento alla dodicesima ripresa e torna in patria da eroe osannato da duecentomila persone. Del suo sorriso indio, quello delle vittorie, non vi era traccia nella tormentata vita privata che da sempre divisero il pugile infallibile del ring dall’uomo fallibile. Tante relazioni spesso conclusesi con delle aggressioni alle compagne. Mercedes, la prima delle sue tre mogli gli spara accecata dalla gelosia quando viene a sapere di un flirt di Carlos. L’ultima moglie, Alicia Muñiz, che gli diede il quarto figlio rimase uccisa la notte di San Valentino del 1988 dopo essere volata fuori dalla finestra avvinghiata al marito dopo una colluttazione precedente. Carlos l’aveva strangolata prima disse il giudice e per questo fu condannato a 11 anni di carcere. Grazie a vari interventi in sua difesa di amici importanti, dopo 7 anni di buona condotta e in regime di libertà vigilata, Monzón è in strada verso il carcere di Las Flores dove ha l’obbligo di dormire. Si immette nella corsia di sorpasso a 140 chilometri orari, l’auto sbanda e si ribalta più volte. Così, a soli 45 anni morì Carlos Monzón, riconosciuto dalla International Boxing Hall of Fame come uno dei più forti di sempre. Di certo lo è stato sul ring dal quale, dopo l’ultimo incontro con Valdez, si congedò con queste parole rubategli dai cronisti nello spogliatoio: “E’ finita, mi dispiace ma è una liberazione. Non ho mai avuto paura di niente, solo di perdere. Adesso questo non potrà più avvenire”.

Ancora un’auto che sbanda, ma nei pressi di Addis Abeba. E’ il 1969 e alla guida c’è un semidio d’Etiopia, Abebe Bikila, unico maratoneta allora ad aver bissato il trionfo alle Olimpiadi (Roma ’60 e Tokyo ’64). Amara ironia della sorte, l’incidente lo paralizzò dal torace in giù. Bikila non tornò più nemmeno a camminare, ma con orgoglio gareggiò per altri 3 anni in altre discipline come il tennistavolo e il tiro con l’arco prima di morire per emorragia cerebrale nel 1973 a soli 41 anni. Nel 1968 a Città del Messico aveva patito l’altura e la non perfetta condizione fisica e si era ritirato nella gara di maratona che era stata magnificamente sua quattro anni prima a Tokyo ma soprattutto a Roma 1960. L’edizione che consegnò alla storia questo ragazzo che “passeggiò” a pedi nudi per la Città Eterna rendendo eterno il suo ricordo. L’intensità del rumore dei piedi nudi sull’asfalto, scandivano il ritmo, costante e inesorabile con cui Bikila staccava i suoi avversari e in nome del suo popolo, da suddito del suo imperatore Hailé Selassié si ergeva al rango di imperatore della maratona, nello scenario più degno, a Roma. Piccolo, magro, a piedi scalzi, in pantaloncini rossi sgargianti e la maglia verde della nazionale etiope con il numero 11. Abebe Bikila, era lì per mostrare al mondo l’orgoglio dell’Africa povera e senza scarpe che non voleva più essere sottomessa. Bikila si tolse di dosso le catene per correre verso il successo nella gara simbolo delle Olimpiadi, cui Roma, come ha detto il premio Pulitzer David Maraniss, avrebbe riservato uno dei suoi tramonti più infuocati.