Proprio stamattina la mia amica Donata condivideva con me un articolo di Paolo Padrini, che nella vita fa il sacerdote, sull’Huffington Post su Gammy, il bambino down rifiutato dalla coppia australiana e nato da maternità surrogata

Quanto successo a questo bambino è una di quelle cose che non lasciano indifferenti di fronte a questioni di tipo etico. Potremmo quindi dire che è una porcata, o almeno per me lo è. Ma questo presunto carattere di oggettività si rompe di fronte alle scelte che ogni giorno milioni di famiglie fanno rispetto alla loro prole, non importa se sana o malata o percepita come tale. La famiglia, contrariamente a quanto vuole certa vulgata (per altro cattolica) non si configura come luogo naturale di protezione dell’individuo a priori, ma è una realizzazione sociale – e quindi artificiale – dove ti può andare bene e vivere felice oppure passare una vita d’inferno, se non peggio. I vari lanci nei cassonetti dovrebbero averci insegnato qualcosa. Ma tornerò ancora su questo. 

Premesso dunque che si può essere genitori e anche parecchio delinquenti, ci sono almeno due aspetti per me inaccettabili dell’articolo di Padrini. Innanzi tutto, il suo tentativo di partire dall’enormità della mercificazione del corpo femminile (e qui siamo perfettamente d’accordo) per arrivare alla riduzione donna-madre, soprattutto quando dice: “La donna è donna, nella sua integrità, nella sua capacità potenziale di persona integrale, accogliente, sacra. […] L’utero non è uno strumento per la donna, non è un contenitore nel quale si realizzano meccanismi puramente biologici. E la donna non è una produttrice di figli, ma una madre”. 

Adesso, piaccia o meno, l’utero è una parte del corpo femminile e la donna dovrebbe disporne come vuole non per mancanza di morale, ma proprio in nome dell’autodeterminazione, cioè della libertà individuale. Negare questo significa negare a monte scelte come l’interruzione di gravidanza, la libera maternità surrogata e più globalmente il trattamento di fine vita, l’eutanasia, il rifiuto delle cure e la libertà stessa di disporre di sé come meglio si crede. 

Emerge poi il tema della sacralità, vera e propria etichetta culturale e ideologica. Nel nome del sacro sono state compiute le peggiori nefandezze, ieri come oggi. Esso è intriso di conseguenze anche nefaste per la dignità dell’essere umano nella sua interezza, dai roghi alle streghe alle guerre di religione. 

Non si capisce, in altre parole, come mai è abominevole vivere in una società che mercifica il corpo umano, mentre è lecito mantenere un’impalcatura culturale per cui che quello stesso corpo può essere sacrificato in nome dell’ideologia (cristiana o di altra natura). Davvero, io stento a capire perché un prete si scandalizza nel caso di una donna che per denaro fa figli e non di fronte a un soldato mandato al fronte in nome di Dio – o contro il dio di un altro – o di una persona malata a cui viene imposto un trattamento sanitario contro la sua volontà (con conseguente aumento di dolore fisico per sé e psichico per chi gli sta intorno), solo perché un consesso di cardinali e vescovi così ha deciso e fa pressioni sullo Stato in tal senso. 

Ma ritorniamo al discorso della famiglia. L’articolo di Padrini parte dall’evidenza che non si possono usare le parole a mentula canis, per cui non si dovrebbe parlare di scelta, nel “caso Gammy”, ma di selezione. Possiamo anche essere d’accordo, ma perché parla di coppia e non di famiglia australiana? Nella composizione della stessa non siamo di fronte – fino a prova contraria – a quella “normalità” tanto cara alla chiesa di cui fa parte? O si ha paura di cadere nell’assunto di partenza di questo mio articolo, ovvero che la “cellula fondamentale della società” non garantisce un bel niente, se chi la forma appartiene alla vasta schiera dei debosciati? 

Infine, quando si blandisce il criterio di selezione della prole come atto disumano, andrebbe ricordato al sacerdote che la stessa cosa avviene nei confronti dei/lle giovani persone omosessuali e transessuali, che in molti casi – poiché non previste dalla morale comune e imposta dall’alto, Vaticano in primis – vengono cacciate da casa ed esposte a tutti i rischi che una vita senza la protezione della propria famiglia può comportare. Anche in quel caso i genitori scelgono, pardon, selezionano tra prole “sana” e prole “malata”. Ci piacerebbe sapere, a me e a Donata, dov’è don Padrini quando questo avviene e perché la sua coscienza non ne viene toccata al punto tale da scriverci un articolo.