Al momento i gufi restano in partita. O piuttosto come dicono dalle parti di Forza Italia è Matteo Renzi è il vero gufo di se stesso. A forza di ripetere che il meglio doveva venire, è successo che dopo quasi 6 mesi il meglio deve ancora venire e ora il presidente del Consiglio è costretto alla battuta sul tempo atmosferico: la ripresa, dice “è come questa estate: un po’ in ritardo, ma arriva”. Ora che l’Italia torna in recessione, tutte le sue fiches finiscono sull’approvazione delle riforme costituzionali, che snelliscono, sburocratizzano, “efficientano” eccetera. Dopo 6 mesi la velocità di parola non è proporzionata a quella dell’azione, i ritmi delle cose del governo si sono scoperti più lenti del previsto. L’andamento beffardo dell’economia, “pazzerello” come ha l’ha definito Renzi alla direzione del Pd, ha messo i numeri giusti mentre Enrico Letta stava per entrare nel suo consiglio dei ministri di commiato, poche ore prima di essere accompagnato alla porta. Non ora che c’è quello che Letta l’ha messo alla porta indicando l’uscita. La “svolta buona” è diventata una giravolta: dal segno più al segno meno. I gufi sono diventati mese dopo mese una bestia nera da sconfiggere. 

Gambler in a rush, l’aveva definito l’Economist, un giocatore d’azzardo che va di fretta. La priorità per l’Italia sono “lavoro e crescita, crescita e lavoro”, si raccomandava Renzi il 6 marzo, su questi temi “abbiate la pazienza di aspettare mercoledì”. Cioè il giorno della presentazione della “Svolta buona”. Quello delle scadenze serrate: aprile pubblica amministrazione, maggio fisco, giugno giustizia. Pochi giorni e il presidente del Consiglio intraprese il suo tour europeo. Andò a Berlino e Angela Merkel rimase “veramente impressionata”. La Confcommercio, quella che l’altro giorno lo ha fatto imbufalire dicendo che gli 80 euro in più in busta paga hanno un “effetto minimo”, in quei giorni metteva in vetrina cifre da capogiro: “Se a maggio, così come previsto dal governo, saranno erogate risorse per 12 miliardi netti alle famiglie (anche tramite le imprese) il Pil potrebbe crescere di un ulteriore 0,3% portando la stima di Confcommercio per l’anno a un +0,8%”. Clima di festa, ci credevano tutti. I toni, come sempre, evocativi: “Dobbiamo mettere le cose a posto e lo faremo, torneremo a sorridere” insisteva il capo del governo dall’Aja. Anzi, ribadiva – un po’ à la Berlusconi – bisogna fare “il tifo” per il Paese.

E’ di quel periodo – alle porte della primavera – l’inaugurazione dell’immagine che – dopo falchi e colombe – ha alimentato il linguaggio ornitologico in politica: il gufo. I gufi, disse, gli amanti dello status quo, i burocrati che pensano che “il mondo si cambia con 42-43 decreti”: fu l’elenco dei suoi “nemici”, cioè i frenatori che remano contro o non credono alla sua svolta buona, politica, culturale. Sono loro, i frenatori, ad avergli impedito di far partire gli 80 euro in busta paga già prima delle Europee. Ma proprio in quell’occasione volle parare il colpo e rilanciare più in alto: o riesco a fare in 100 giorni “un’operazione di portata storica”, riforma del Senato inclusa, o chiudo con la politica. Nessuno gli diceva di stare sereno, ma lui lo era. All’entusiasmo mescolava la moderazione: la previsione dell’ex ministro dell’Economia Saccomanni dell’1% di crescita per il 2014 è “ahimé un po’ ottimistica – spiegava il 28 marzo – Le nostre cifre non sono queste: nel Def avremo un dato tra lo 0,8% e lo 0,9% di crescita. Con gli 80 euro in busta paga spero che alla fine si arrivi all’1% e lo si superi”. 

Proprio nel Def, a proposito, le stime erano dettate da “estrema prudenza e aderenza alla realtà: spero che saranno smentite in positivo” spiega Renzi alla fine di un consiglio dei ministri di inizio aprile. “L’urgenza e l’ambizione delle azioni di riforma che il Governo intende attuare sono senza precedenti – scrivono nel Def insieme al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan – Il percorso che si delinea prevede il passaggio fondamentale dello stato di gestione della crisi ad una politica di cambiamento riassumibile in due concetti: il consolidamento fiscale sostenibile e l’accelerazione sulle riforme strutturali per favorire la crescita”. E Padoan, quasi quasi, ci crede anche di più: “Il 2014 potrà essere l’anno della svolta per l’economia italiana – spiegava a metà aprile – La ripresa è ancora fragile, ma è finalmente arrivata e le riforme messe in campo dal governo contribuiranno a sostenerla in modo determinante. Non sarebbe quindi così sorprendente se poi la crescita fosse anche un po’ superiore allo 0,8% indicato prudenzialmente nel Def”. Renzi ingaggia (e poi stravince) il derby paura vs speranza. “O salviamo noi l’Italia o coi gufi e coi pagliacci non andiamo da nessuna parte” motteggia il capo del governo in piena campagna elettorale. “Non mi faccio facili illusioni quando il Pil è +0,1%, non mi deprimo quando, come oggi, è 0,1% – ammette – Valuteremo con grande attenzione i dati Istat che sicuramente non ci fanno piacere”. Ma “resto molto fiducioso, molto ottimista” sull’economia italiana, “i numeri sono molto incoraggianti”. Il dato del Pil (quello del primo trimestre) “avremmo preferito non leggerlo, ma è poco significativo in termini di futuro del Paese. Ho visto alcuni commentatori che erano quasi contenti, come se il racconto dell’Italia dovesse essere sempre in negativo”.

Dopo il bagno elettorale, Padoan va di slancio: “Sono convinto che l’Italia ha tutte le possibilità per iniziare un circolo virtuoso molto positivo e duraturo”. Anzi, “sul fatto che il governo Renzi non ce la farà invito a vedere cosa sarà successo nei prossimi sei mesi”. Quindi dicembre. Il trionfo nelle urne galvanizza. “Nei mille giorni prevediamo un aumento di un punto di pil solo lavorando sull’export. Il viceministro Calenda dice addirittura due punti” dichiara Renzi dall’Angola, durante il suo viaggio in Africa. Quale occasione migliore per tirare al gufo: “I polemici che ora dicono che ci vuole più export e poi si lamentano per la perdita dell’italianità. Ma io guardo alla realtà delle cose e sono convinto che il pil in mille giorni aumenterà solo lavorando sull’export”. 

Il meglio deve ancora venire, arriverà con le riforme, ma né il meglio né le riforme arrivano con la velocità che si sperava. “La nostra priorità è il lavoro – dice Renzi a fine luglio, moderando i toni – Ma le statistiche, credo, inizieranno a migliorare solo dal 2015”. E’ l’epifania: “Non siamo in condizioni di avere un percorso virtuoso che avevamo immaginato”. Raggiungere lo 0,8 messo nero su bianco 3 mesi prima è “molto difficile”, ma tanto “che la crescita sia 0,4 o 0,8 o 1,5% non cambia niente per la vita quotidiana delle persone”. Per dirla meglio: “Non nego i dati negativi – risponde in un’intervista all’Avvenire – Sul Pil, il dato allo 0,8% che ora viene rivisto al ribasso da tutte le istituzioni che fanno previsioni non è una peculiarità italiana, ma di tutta l’eurozona. Se dico che non è lo ‘zero virgola’ a cambiarci il destino, non sto sottostimando nulla. In sintesi, non c’è un temporale, ma non c’è neanche il sole: è un po’ come questa estate”. D’altra parte la linea non è distante da quella pensata da Padoan prima che fosse nominato ministro: “Ho sempre lavorato con i numeri – disse a febbraio l’allora presidente in pectore dell’Istat – Occorre andare oltre una valutazione quantitativa della ricchezza. Il Pil non basta più, conta il benessere dei cittadini, che ha più dimensioni”. Sperando che, invece, non avesse ragione Mario Monti quando a maggio si lasciò scappare quello che nelle stanze di Palazzo Chigi dev’essere risuonato come un anatema: “La linea che Renzi sta con capacità politica affermando è, mi permetto di dire, la linea del mio governo”.