Alle 10 e venti di ieri mattina il portavoce dell’esercito israeliano annunciava con un tweet la fine delle operazioni a Gaza: “Missione compiuta: abbiamo distrutto i tunnel di Hamas che da Gaza portavano in Israele. Tutto Israele è ora più sicuro”.

Quanta amara (e involontaria) ironia in questo tweet!

Dubito fortemente, purtroppo, che Israele oggi sia un posto più sicuro. Per quanti tunnel l’esercito israeliano possa avere distrutto, il bilancio dell’offensiva israeliana su Gaza iniziata l’8 luglio scorso (cosiddetta “Operation Protective Edge“) è tale da fare presumere che quest’ennesima operazione “contro Hamas” – i cui scopi sono ben altri, come messo brillantemente in luce da Rashid Khalidi – sarà fertile concime per ulteriore odio e violenza piuttosto che un auspicabile passo nella direzione della pace (e quindi di una maggiore sicurezza per Israele).

Una rapida analisi delle statistiche è rivelatrice.

Secondo i dati aggiornati ieri dall’Onu, 1.814 palestinesi sono stati uccisi in questi ventinove giorni, di cui almeno 1.312 civili (tra cui 214 donne e 408 bambini) e 215 combattenti/membri di gruppi armati. 287 persone non sono al momento ancora state classificate nell’una o altra categoria. Questo significa che la stima dei civili palestinesi uccisi oscilla tra il 72 e l’88% del totale. Per avere un’idea della sproporzione di cui abbiamo già ampiamente parlato, le vittime israeliane sono state sessantasette, di cui tre civili (il 4%) e sessantaquattro soldati (il 96%) uccisi nel corso dell’offensiva.

Sempre secondo le stesse fonti Onu, i feriti palestinesi, di cui molti in gravissime condizioni, sono almeno 9.500, la stragrande maggioranza dei quali sono civili. Drammatica è inoltre la situazione degli sfollati: 520.000 persone, che rappresentano quasi un terzo dell’intera popolazione della Striscia di Gaza, rimaste senza casa o costrette ad abbandonare le loro dimore, di cui oltre la metà sono ora ammassate negli edifici dell’Onu normalmente adibiti a scuole (gli stessi che sono stati ripetutamente attaccati in questi giorni e dove ventisei persone sono state uccise). Acqua ed elettricità scarseggiano: in media le famiglie hanno solo due/quattro ore di elettricità al giorno. Medicine e materiale sanitario mancano drammaticamente da giorni: cinque ospedali sono stati distrutti ed almeno ventiquattro centri medici danneggiati.

Il Palestinian Centre for Human Rights di Gaza riporta inoltre che, tra gli altri servizi di prima necessità, gli impianti di desalinizzazione, l’impianto di trattamento dei rifiuti, diverse linee elettriche, nonché due principali serbatoi dell’acqua sono stati distrutti. Di fronte a tale distruzione, che è stata definita senza mezzi termini una carneficina e come tale condannata nel più forte modo possibile dal commissario generale dell’agenzia Onu per i Rifugiati Palestinesi (Unrwa), Pierre Krähenbühl, non si può non chiedersi se davvero fosse inevitabile, se davvero le operazioni, come sono state condotte dall’esercito israeliano siano state orientate – come impone il diritto internazionale – a evitare o almeno minimizzare i danni civili e perseguire solo obiettivi strettamente militari. 

La domanda in realtà è retorica. Le violazioni da parte dell’esercito israeliano sono state talmente evidenti, da apparire sfacciate, in totale spregio del diritto internazionale e di qualsiasi principio umanitario. Sono già decine le prese di posizione di giuristi da tutto il mondo che denunciano i crimini di guerra commessi da Israele e chiedono l’intervento della Corte penale internazionale. Il fatto è che la Corte dell’Aia può intervenire solo rispetto a crimini commessi sul territorio o da parte di cittadini di Stati membri (ovvero che abbiano ratificato il suo trattato istitutivo, il c.d. Statuto di Roma), cosa che né Israele né per il momento l’Autorità Palestinese hanno fatto.

Mahmoud Abbas in questi giorni terribili ha in realtà più volte annunciato di volere ricorrere alla Corte dell’Aia e fonti a lui vicine confermano che il Presidente della Autorità Palestinese sarebbe ad un passo dalla firma, ma questo passo evidentemente costa ancora troppo per essere fatto, nonostante la visita di ieri del Ministro degli Esteri palestinese alla Procuratrice della Corte. Le pressioni esercitate su Abbas dagli Stati Uniti e da vari paesi europei, Italia compresa, perché la Palestina non ricorra alla Corte penale internazionale, atto considerato ostile, o “contro Israele”, sono inimmaginabili. E purtroppo la posizione di debolezza in cui la Palestina versa, totalmente dipendente com’è dagli aiuti europei ed americani, non lascia molto margine di manovra.

Certamente pesano, nella decisione di Abbas, anche considerazioni strategiche che riguardano il contenuto di un’eventuale indagine della Corte dell’Aia, che chiaramente dovrebbe essere condotta a 360 gradi, ossia includendo anche le responsabilità per le violazioni commesse da parte palestinese. 

Una soluzione ci sarebbe: una risoluzione del consiglio di sicurezza dell’Onu potrebbe “attivare” la giurisdizione della Corte, superando l’ostacolo della mancata ratifica da parte di Israele e della Palestina. Di fronte a questi ostacoli di natura politica, di fronte alla perdurante impunità garantita ad Israele da parte della comunità internazionale nonostante la sistematica violazione dei diritti umani e oppressione del popolo palestinese, non si può essere ottimisti rispetto alla tenuta di questa ennesima “tregua”.

Che non ci possa essere pace senza giustizia è un adagio forse abusato, ma certamente ancora e particolarmente valido nel contesto del conflitto israelo-palestinese. Se a qualche cosa è servita questa ultima operazione militare, è a chiarire che nessuno, nessuno a Gaza vuole ritornare alla situazione di prima, imprigionati e strangolati in una striscia di terra senza futuro. Le parole di Raji Sourani sono ancora una volta la migliore sintesi in proposito.

La tregua, che tutti speriamo regga, non è abbastanza. Sono due, a mio parere, le condizioni fondamentali perché si possa fare un passo avanti verso la pace che garantisca una maggiore sicurezza agli israeliani tanto quanto ai palestinesi: 

  1. Eliminare il blocco di Gaza, già dichiarato illegittimo e condannato come punizione collettiva della popolazione civile;
  2. Portare i crimini, da qualunque parte commessi, davanti ad un giudice imparziale.

In questo senso è importante la Risoluzione approvata dal Consiglio per i Diritti umani dell’Onu il 23 luglio scorso, con la quale si è decisa l’istituzione di una Commissione di indagine indipendente e internazionale per investigare tutte le violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani commesse nel territorio palestinese occupato. È solo un primo passo, al quale devono seguire appropriati meccanismi giudiziari (leggi: procedimenti penali).

Anche dopo la cosiddetta operazione Piombo Fuso del 2008/2009 fu istituita una Commissione di indagine dall’Onu (tecnicamente una Fact Finding Mission) che nel settembre del 2009 pubblicò un rapporto dettagliatissimo (il c.d. Goldstone Report) su cui fiumi di inchiostro sono andati sprecati. Tale rapporto enucleava la commissione – da entrambe le parti, ma in particolar modo da parte di Israele – di gravi violazioni, inquadrate come possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità e chiedeva che precise misure fossero prese per giudicare le responsabilità per tali crimini. Nessuna di queste misure fu presa. L’impunità, come tutti i penalisti sanno, è un circolo vizioso che genera violenza e nuovi crimini. Credo che il risultato di oltre sessanta anni di impunità nella regione sia oggi di fronte agli occhi di tutti.