Marco Pantani fu ucciso? Dopo il clamore della notizia della riapertura delle indagini bisognerà stabilire che farà gli accertamenti. Dieci anni fa fu la squadra mobile, comandata da Sabato Riccio, della Questura di Rimini, ad arrestare dopo tre mesi dalla morte del “Pirata” – avvenuta il 14 febbraio del 2004, nel residence Le Rose – quattro persone ritenute responsabili di aver fornito la cocaina. A quell’epoca la polizia riminese per tre mesi si concentrò esclusivamente su quell’indagine che aveva la priorità assoluta. Dopo tanto tempo, tre patteggiamenti e tre gradi di giudizio, si dovrà tornare ad indagare, ma chi lo farà – carabinieri o polizia – lo deciderà a settembre, dopo la fine della pausa estiva, il procuratore di Rimini, Paolo Giovagnoli. Solo a quel punto la nuova indagine sulla morte del campione partirà concretamente, solo a settembre e solo quando verrà assegnata la delega ad indagare, appunto, alle forze dell’ordine.

Giovagnoli, che il 24 luglio ha ricevuto l’esposto-denuncia presentato dall’avvocato Antonio De Rensis, che assiste i genitori di Pantani, ha aperto un fascicolo d’indagine per omicidio a carico di ignoti che seguirà, al momento, personalmente insieme con il sostituto procuratore Elisa Milocco. Il procuratore, al quale De Rensis ha illustrato il contenuto dell’esposto, vuole però leggerlo con attenzione e poi valutare a quale forza dell’ordine delegare le indagini.

Secondo l’esposto di De Rensis il campione di Cesenatico sarebbe stato ucciso. Dieci anni fa, invece, per la morte come conseguenza di un altro reato, ossia lo spaccio di droga, furono indagati due napoletani, considerati fornitori di Pantani, Fabio Miradossa e Ciro Veneruso, che finirono col patteggiare, il primo 4 anni e 10 mesi e il secondo 3 anni e 10 mesi. Patteggiò un anno e 11 mesi anche Ramirez Cueva che materialmente portò la cocaina a Pantani. Nell’indagine ci finì anche Fabio Carlino assolto in via definitiva in Cassazione nel 2011. Una vicenda chiusa per coloro che finirono in carcere, compresa l’ultima donna del Pirata, la romena Elena Korovina, e poi a processo, ma non sepolta per i genitori di Marco, soprattutto alla mamma Tonina. “Se mi sono battuta per dieci anni vuol dire che c’è qualcosa che a me non andava”, ha detto.

I passaggi della vecchia indagine però sono tutti agli atti. In quei tanti faldoni che giudici preliminari, di primo e secondo grado, fino a quelli di Cassazione hanno letto, vagliato e giudicato. Per i giudici Marco Pantani fu ucciso da un’overdose di cocaina. I responsabili erano coloro che gli avevano venduto la droga. Agli atti soprattutto la relazione del professore Giuseppe Fortuni, medico legale che, su incarico della Procura della Repubblica di Rimini effettuò l’autopsia sul cadavere di Pantani.

Fu ucciso da “overdose da cocaina. Nel suo organismo c’era una quantità 6 volte superiore alla dose letale”, la conclusione di 10 anni fa. Non c’erano misteri, né dubbi perché “le evidenze autoptiche, tossicologiche e istopatologiche, unite ai dati storico-circostanziali – scrisse nella perizia consegnata alla Procura – convergono nell’identificare in una intossicazione acuta da cocaina, con conseguente edema polmonare e cerebrale, la causa certa del decesso”. Fortuni aveva spiegato tutto, anche le lesioni, auto inferte nel delirio da cocaina, il sangue per la ferita alla testa cadendo dal letto, la droga nello stomaco succhiata con del pane. Al procuratore Giovagnoli però l’avvocato De Rensis pochi giorni fa ha parlato nuovamente di “contraddizioni e fatti non approfonditi”, sollevando dubbi sui tabulati telefonici, sulle lesioni, su una bottiglietta d’acqua, sull’alterazione dello stato dei luoghi. E concludendo che Pantani fu ucciso. A Giovagnoli De Rensis ha spiegato che i maggiori sospetti restano sugli spacciatori, quelli che l’indagine di 10 anni fa individuò e che la magistratura processò.

Resta tutto da vedere, e su questo si concentrerà la Procura di Rimini, se quelle stesse persone possono essere nuovamente inquisite per la morte del campione. Ma con 11 mesi di indagini difensive e forte della nuova perizia medico legale affidata a Francesco Maria Avato, l’avvocato dei Pantani solleva dubbi su dubbi parlando anche del migliore amico di Marco. L’amico che spesso interveniva per tirarlo fuori dai guai, pagato dalla mamma per tenere il “Pirata” lontano dalla droga e che secondo la famiglia fu fonte privilegiata della polizia durante la prima indagine.