Poco importa, se la storia servirà a riflettere sulla pratica in crescita dell’utero in affitto, che la vicenda del piccolo neonato thailandese affetto dalla sindrome di Down e abbandonato dopo il parto alla madre surrogata perché malato, possa rivelarsi una bufala creata ad hoc per raccogliere fondi (il padre adottivo ha dichiarato al Guardian di non aver avuto alcuna notizia di un fratello della piccola che lui e la moglie hanno portato con sé). Ciò che conta, infatti, è che il caso di Gammy – le cui foto sono state diffuse in rete, raccogliendo in pochi giorni, tramite la pagina “Hope for Gammy” su Gofundme, oltre duecentomila dollari per la cura di un’ulteriore patologia congenita – sia un caso comunque verosimile: può accadere, infatti, che una gravidanza “surrogata” sia gemellare e che uno dei due bambini sia malato, può accadere che la coppia “adottiva” decida di prendere con sé solo il figlio sano, può accadere infine che la madre surrogata, che magari ha dei valori diversi, consideri l’aborto inammissibile.

Tre elementi che aggiungono ulteriori dubbi a una pratica che, quando pure si svolge secondo gli accordi, suscita non pochi interrogativi etici, anche se il fine è buono senza margini di ambiguità: crescere un neonato, magari con il proprio patrimonio genetico, totale e parziale (con l’utero in affitto c’è la possibilità di utilizzare propri spermatozoi o ovociti), quando l’età avanzata o la biologia non lo permettono, oppure quando si è genitori gay. Un percorso molto diverso – non è giusto dire che sia la stessa cosa, chi ci è passato può testimoniarlo  – da quello dell’adozione.

Ma se il fine è buono, e questo conta molto, non sempre lo sono i mezzi: e proprio su questi sarebbe urgente fare chiarezza (anche se nel nostro paese l’utero in affitto è vietato e la legge considera madre la donna che partorisce). È difficile, infatti, negare – anche da laici libertari – che questa pratica leda tre diritti fondamentali: quelli del bambino a non essere separato dalla madre surrogata/biologica, con la quale si è formato un legame dentro la pancia (oltre che a ricevere il latte materno, visto che quasi sempre la separazione precoce impedisce anche l’allattamento). Quello della madre surrogata – anche se firmataria “consapevole” di un contratto, per necessità economica – a non essere separata dal figlio che ha partorito, con tutte le devastanti conseguenze emotive che ne derivano. E, infine, il diritto degli altri fratelli o “fratellastri” – che vedono la pancia della madre crescere e poi non sanno più nulla del bambino – a vivere con il nuovo arrivato (nel caso di Gammy ci sarebbe poi anche il diritto della sorella gemella di crescere con suo fratello).

Nessuno di questi motivi è sufficiente per dire che “le possibilità aperte dalla scienza su fecondazione e gravidanza sono aberranti”, visto che, al contrario, queste portano con sé speranze equiparabili a quelle di nuove cure per malattie gravi (e anche il recente caso dello scambio degli embrioni al Pertini, che pure suscita lo stesso interrogativo su chi sia la madre, se la donna portatrice del patrimonio genetico o quella che partorisce il figlio, nasce in realtà da un errore e quindi porta con sé piuttosto il problema urgente di come prevenire gli scambi). Ma se molte pratiche sono lecite, su altre – anche se consentite all’estero, magari grazie a cliniche efficienti e asettiche – bisognerebbe fare un passo indietro, per il dolore e i danni che causano ad altri. Che poi la vicenda di Gammy possa essere stata utilizzata da persone senza scrupoli per fare soldi è una questione che ha a che fare non con l’utero in affitto, ma con l’utilizzo illegale delle raccolte di fondi sul web, legate sì a vere e proprie “ondate emotive” ma spesso realmente capaci di salvare vite umane, specie in tempi di tagli al welfare.

Il Fatto Quotidiano, 5 Agosto 2014