Succede a Padova, in una delle boutique più prestigiose della città. Una signora entra, compra un vestito, per scrupolo legge l’etichetta e scopre che è Made in China. Fin qui niente di scandaloso. Sull’etichetta compare una partita Iva e un indirizzo. Fa una ricerca veloce e scopre che è un ingrosso Made in China. Si reca nel capannone, chiede se quel capo acquistato provenisse da loro e il venditore cinese afferma: “I vestiti con le mongolfiere sono andati a ruba”. Gli fa vedere lo stesso modello ma con fantasia differente e scopre che lo stock di cinque abiti ha un valore complessivo di quaranta euro, quindi otto euro al pezzo.

“L’abito non aveva alcun marchio né cartellino, c’era solo una piccola e unica etichetta interna cucita alla stoffa, il ché mi ha fatto insospettire. Sono andata a controllare nel sito dell’Agenzia delle Entrate e dopo un po’ di ricerche, tramite la partita Iva, sono riuscita a risalire al titolare: il proprietario di un’attività all’interno del Centro Ingrosso Cina”, afferma l’acquirente. Dalle pagine del Mattino di Padova la titolare della boutique si difende: “Quell’abito l’ho comprato personalmente a Parigi, all’interno della famosa fiera d’abbigliamento “Tranoi”, presso la ditta “Nevada”, ed ho anche le fatture con cui posso dimostrarlo”. 

Un caso come molti altri in cui il consumatore viene in qualche maniera preso in giro. Ammessa la buona fede della titolare della boutique, come poterci accorgere se un capo vale realmente una certa spesa? Sempre di più sono le aziende che affidano in toto o in parte la produzione all’estero. Trovare capi al 100% Made in Italy è sempre più difficile, ma se lo stesso vestito all’ingrosso cinese vale 8 euro, come è possibile che i buyer dei negozi non si rendano conto che come modellistica, tessuto, qualità non può essere venduto a 199 euro (scontato per i saldi)?

L’acquirente di questo episodio ha avvisato le autorità competenti: “Ho contattato il settore attività produttive e commerciali della polizia municipale e la Federconsumatori per fare presente l’episodio. Mi sono chiesta quanti articoli di quelli esposti in quel negozio vengano dal centro cinese di corso Stati Uniti e quanti no, anche perché mi sono accorta che tanti altri abiti erano senza marca e cartellino”.