“Ai giovani italiani manca una formazione digitale”, ha detto Eric Schmidt, Presidente di Google qualche settimana fa, durante un confronto con il nostro Ministro dei Beni e delle Attività Culturali, Dario Franceschini. “Ogni Paese ha la sua peculiarità, noi magari abbiamo giovani più competenti in storia medievale”. E’ stata la risposta di Franceschini.

Uno sketch che farebbe sorridere se non fosse che, ogni giorno di più, appare fotografare in maniera plastica la distanza abissale che separa il nostro Paese che annaspa nelle paludi medievali dal resto del mondo che, al contrario, vive in un presente moderno e digitale che per noi resta un futuro lontano.

In un bell’articolo di questa mattina sulle pagine di La Repubblica, Ernesto Assante racconta della “Netflix revolution” che sta travolgendo il mondo della televisione e dell’intrattenimento in tutto il mondo. Netflix è, infatti, la più grande piattaforma di video on demand al mondo: oltre cinquantamila titoli tra film, serie TV – alcune prodotte su misura e di straordinario successo – e documentari di eccellente qualità.

Ha già cinquanta milioni di utenti in tutto il mondo, sparsi negli Stati Uniti – dove è nata – in Canada, Messico, Sud America, Gran Bretagna, Irlanda, Olanda, Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia.

A settembre sbarcherà in Germania, Francia, Austria e Svizzera, giusto al di là dei nostri confini ma perché li attraversi sarà necessario aspettare almeno fino al 2015 e non è ancora neppure certo che basterà.

Questioni connesse ai diritti d’autore ed alla pietosa condizione nella quale versiamo in fatto di banda larga glielo impediscono oggi e potrebbero continuare ad impedirglielo domani.

Eppure Netflix offre ai suoi utenti in un “pacchetto” – all you can eat – da 8 euro al mese l’accesso ad uno sterminato patrimonio culturale ed informativo che oltre a dare una scossa all’asfittico mercato audiovisivo italiano, rappresenterebbe un’energica spinta nella direzione del pluralismo e della libertà di informazione ed una straordinaria occasione per l’industria creativa italiana giacché, come accaduto altrove, si aprirebbero immense praterie per la realizzazione di nuovi prodotti tagliati su misura per il web.

“Il nostro modo di guardare la Tv sta per cambiare”, scrive Ernesto Assante nel suo pezzo su Repubblica. E’ l’unica affermazione della quale è difficile essere sicuri. Forse è solo il “loro” – ovvero quello dei cittadini del resto del mondo – modo di guardare la Tv che sta per cambiare mentre qualcuno – perché il destino non basta a giustificare tanta arretratezza – ha, evidentemente, deciso di sottrarci, almeno fino a quanto sarà possibile, a questa come ad altre rivoluzioni.

Ma l’affaire Netflix, pure importante e, per taluni versi, inquietante da solo non basterebbe a dare ragione al Ministro Franceschini che ci dipinge come bravi nella storia medievale e meno nelle cose digitali.

C’è un altro episodio – del quale il destino ha voluto sia protagonista lo stesso Franceschini – che, purtroppo, suggerisce la stessa conclusione.

E’, l’ormai celebre, vicenda del compenso per copia privata, ovvero dell’anacronistico “balzello” che la legge impone di pagare a chiunque acquisti un supporto o un dispositivo sulla base di una presunzione che il progresso ha, in realtà, reso un’ipocrisia: il fatto che, nell’era di Netflix, Itunes, Google Play, Spotify, Deezer e dello streaming in generale, gli acquirenti di uno smartphone, di un tablet o di un hard disk amino ancora rimpinzare i propri dispositivi di copie private di musica e film legittimamente acquistati in forza di licenze che, ormai, li autorizzano a fruirne 24 ore al giorno in streaming o a farne un certo numero di copie su dispositivi diversi.

Le cronache di questi giorni raccontano di come mentre in Italia il Ministro dei Beni e delle attività culturali sceglieva di elevare le tariffe della copia privata in una misura tale da far sì che, ogni anno, i consumatori si ritroveranno a pagare oltre 150 milioni di euro in più rispetto al prezzo dei dispositivi di elettronica di consumo che acquisteranno, in Inghilterra, il Governo di Sua Maestà – che, peraltro, rappresenta il cuore pulsante dell’industria musicale europea e non certamente un covo di pirati – approvava una legge in forza della quale, i cittadini britannici potranno fare, ammesso che lo vogliano ancora, tutte le copie private che vorranno senza pagare neppure una sterlina in più rispetto a quanto pagano e pagheranno per l’accesso ai contenuti digitali.

 “I compensi per copia privata sono inefficienti, burocratici e sleali e penalizzano le persone che pagano per i contenuti” ha detto, il sottosegretario inglese per la proprietà intellettuale – una figura che, probabilmente, nel Governo italiano non sederà mai – nell’annunciare la decisione.

Ce ne sarebbe abbastanza per domandarsi se, forse, senza nulla togliere alla storia medievale non sia arrivato il momento di guardare anche un po’ al futuro.

Ma non basta perché, nella stessa vicenda, alle cronache italiane, è anche toccato di registrare le critiche feroci – per non dire le invettive – che un Ministro della Repubblica, nella fattispecie Dario Franceschini, ha indirizzato alla Apple, per aver “provocatoriamente” – secondo il Ministro – adeguato i propri prezzi agli aumenti tariffari del compenso per copia privata da lui introdotto.

E tutto lascia ritenere che analoghe invettive investiranno nei prossimi giorni, anche la Samsung – colosso coreano dell’elettronica – che ha seguito l’esempio dell’Apple, aumentando in Italia i prezzi di tutti i propri dispositivi.

Sono cose da non credere: in giro per il mondo si fanno ponti d’oro al mondo dell’elettronica e del digitale e si crea ogni forma di incentivo fiscale per attrarlo mentre noi, imponiamo ai suoi protagonisti di aumentare i prezzi e poi li prendiamo – per fortuna solo verbalmente – a schiaffi.

Una manciata di giorni e due episodi che, da soli, valgono a far venire il sospetto che saremo anche eccellenze medievali ma siamo delle autentiche schiappe digitali.

E, in realtà, se si volesse sfogliare a ritroso le notizie dell’ultima settimana, bisognerebbe anche annotare quella dell’ennesima esclusione del nostro Paese da un concorso internazionale in materia di innovazione bandito da Google e dall’IEEE che mira a premiare chi disegnerà ed inventerà il più piccolo e potente inverter, una componente presente in ogni genere di dispositivo elettrico ed elettronico dal PC, al frigorifero alle automobili.

Il primo premio – oltre alla straordinaria fama garantita al vincitore – è di un milione di dollari ma i residenti in Italia, Brasile, Quebec, Cuba, Iran, Siria, Nord Corea e Sudan non possono partecipare. Anche in questo caso, come in tutti gli altri, è un problema di regole: quelle italiane sono troppo complicate ed onerose per gli organizzatori dei concorsi che, dunque, preferiscono tersi alla larga dal nostro Paese.

Solo fatti, non opinioni e, fatti, che, purtroppo, sono confermati in modo scientifico dai dati pubblicati dalla Commissione europea a proposito dell’attuazione dell’agenda digitale: il nostro Paese supera la media europea solo a proposito del numero di cittadini che non hanno mai usato Internet.

In relazione a quasi tutti gli altri indici, siamo lontani dal resto dell’Europa. Addirittura 4 anni indietro – sempre secondo la Commissione europea – assieme a Polonia, Bulgaria e Romania in termini di utilizzo di servizi online e sotto del 30%, assieme a Romania e Bulgaria, se si guarda agli acquisti online.

Serve una scossa digitale altrimenti le storie che leggeremo ai nostri figli, inizieranno con un “c’era una volta il futuro, ma in Italia non si è mai visto”.