Ecco cosa direi, in punta di piedi e con molta umiltà, se partecipassi alla Leopolda di centrodestra, il cantiere annunciato da alcuni giovani liberali per i primi di ottobre a Milano, cosa che non si verificherà dal momento che sarò all’estero per seguire la mia passione, legata ad alcuni eventi di politica mediterranea.

Innanzitutto il tempo. Non c’è fretta di edificare un nuovo partito liberal-repubblicano in Italia dal momento che Matteo Renzi starà per molto tempo a Palazzo Chigi. Ragione in più per non fare operazioni rabberciate e guidate dall’ansia di costruire sic et simpliciter un contenitore in poche settimane; e con il rischio di commettere altri svarioni ideali, sottovalutazioni di aspetti invece primari e macroerrori legati alla grande e irrisolta questione della selezione della classe dirigente. Ma proprio per via della contingenza di governo, sarà utile metterci testa, cuore ma anche tanto azzardo: perché, mai come questa volta, tertium non datur.

I contenuti. Ha ancora senso, mi chiedo, sciorinare il consueto decalogo comune a quasi tutti movimenti e associazioni di natura liberalconservatrice che peraltro oggi hanno trovato casa e (solide?) mura a Palazzo Chigi? Meno tasse, meno burocrazia, novità, riforme, digitalizzazione, etc…

Tutto condivisibile, ma poi? Meglio sarebbe, forse, proporre realmente un’inversione di tendenza che sia lontana dall’essere scialba e ripetitiva panacea, ma abbia l’ardire di incarnare una rivoluzione secca con tre proposte coraggiose e puntuali. Quelle, per intenderci, che apporterebbero uno choc al Paese, ai suoi conti e alle sue infrastrutture democratiche e istituzionali. Da inserire idealmente come un ritornello ad ogni “strofa”.

In primis la sanità: non più di competenza delle regioni che sono state il vero buco nero biancorossoeverde, ma nelle mani dello Stato, con costi standard veramente per tutti; in tale interstizio si riuscirebbe a tagliare quella prateria di sprechi, clientele e ruberie che continuano ad essere una spada di Damocle sui conti italiani, senza tra l’altro fornire servizi soddisfacenti ai contribuenti che quelle prestazioni pagano con le proprie tasse.

In secondo luogo l’abolizione dei contratti a tempo indeterminato: il debito pubblico italiano non può sopportare un regime contrattualistico “per sempre”, per cui come accade in tutte le aziende private del mondo, anche lo Stato si doti di contratti a tempo determinato, con ovviamente le necessarie tutele legate al welfare dei lavoratori, ma con il vantaggio a medio e lungo termine di tagliare la spesa pubblica che impedisce ogni altra riforma.

Una tassazione del 15% che faccia diventare non solo l’Italia appetibile per le realtà internazionali, ma offra ossigeno alle pmi nostrane, al popolo delle partite iva, che avranno così l’opportunità di tornare ad essere il motore di una ripresa. Oggi per talune aziende la soglia di tassazione si aggira al 55-60%, ovvero un freno a mano, tirato a vita, che rende impossibili investimenti, nuove assunzioni, sviluppo e aggiornamento: semplicemente perché i denari sono destinati all’erario e non a immaginare nuove opportunità.

Ha scritto Tucidide che “caratterizza la democrazia il fatto di possedere un sistema di governo, secondo cui non si amministra lo Stato nell’interesse di pochi, ma di una maggioranza”. Quella stessa che oggi, come trent’anni fa, non è soddisfatta del tessuto politico e amministrativo del Paese che lo ha condotto ad una palude, con un debito pubblico mostruoso, senza reali nuove occasioni di sviluppo e con una dannata voglia di fare le valige. E che per questo chiede solo che a confrontarsi in Parlamento con un Pd moderno e non più a trazione Cgil, ci sia uno spazio repubblicano, moderato ed europeista che sia credibile e risolutivo. Ma molto, molto coraggioso.

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