“La libertà di stampa è minacciata in Ungheria“. Parola del Commissario Ue per l’Agenda digitale, l’olandese Neelie Kroes, convinta che la nuova tassa sui media decisa dal governo ungherese non rappresenti altro che una minaccia al pluralismo dei media e uno schiaffo alle norme e ai valori europei. Secondo parte della stampa nazionale e soprattutto quella internazionale si tratta dell’ennesimo tentativo di Viktor Orban di mettere i bastoni tra le ruote ai media meno vicini al governo e in mano ad editori stranieri quindi meno controllabili.

Sulla carta non è altro che una tassa sulla pubblicità. Ma giornalisti ed editori sanno bene che toccare le già scarse entrate derivanti dagli annunci pubblicitari vuol dire assestare un duro colpo all’intero mondo dell’informazione. Soprattutto a quello indipendente. La nuova legge prevede infatti livelli di tassazione crescente con aliquote progressive fino al 40% sulla pubblicità di giornali, radio, TV, siti Internet e manifesti pubblicitari – esenti dall’imposta solo gli annunci di pubblico servizio, quelli politici e quelli con fatturati inferiori a un milione di fiorini ungheresi (3.240 euro).

Tutto facile in parlamento. “Questa nuova tassa è stata approvata in parlamento senza un adeguato dibattito e senza alcuna consultazione – scrive la Kroes nel suo blog – è una tassa che colpisce in modo sproporzionato soprattutto RTL Group, il gruppo che gestisce uno dei pochi canali in Ungheria che non promuove apertamente il governo Orban”. Si tratta del primo gruppo di media audiovisivi europeo a guida lussemburghese – in Ungheria detiene l’80% della società Magyar RTL Rt Televízió – che vedrebbe il proprio carico fiscale lievitare di circa 15 milioni di euro l’anno, più o meno l’intero margine lordo che il gruppo realizza in Ungheria. Secondo la Commissaria Ue, la verità è che “il governo ungherese non vuole un media indipendente e straniero nel proprio Paese, ecco perché sta utilizzando un ingiusto sistema di tassazione per spazzare via i guardiani della democrazia e neutralizzare quello che considera una sfida al proprio potere”. Diversa, neanche a dirlo, la versione del governo ungherese. Antal Rogan, capogruppo di Fidesz in parlamento, ha risposto alle accuse dicendo che “questo gruppo ha fatto enormi profitti in Ungheria negli anni passati e adesso non sta facendo altro che usare il proprio peso mediatico per non pagare le tasse”.

Pronto il ricorso di fronte alla Corte europea di Giustizia. Lo ha detto Andreas Rudas a capo della filiale ungherese di RTL, pronta a dare battaglia di fronte a quello che è percepito come un mero tentativo di mettere il bavaglio alla tv. “La fiscalità non può essere usata come arma politica”, gli fa eco da Bruxelles la Commissaria Kroes che già nel 2010 si era scagliata contro alcune leggi ungheresi riguardante i media. In quell’occasione il governo aveva cercato di far passare l’istituzione di una commissione di vigilanza di elezione parlamentare – dove il partito di Viktor Orban, Fidesz, gode di una maggioranza praticamente assoluta – presieduta da un presidente nominato direttamente dal Primo ministro per una durata di 9 anni e con poteri sanzionatori nei confronti dei media che non rispettino “una copertura politicamente equilibrata”. In quell’occasione la Commissione europea si attaccò all’unico testo di legge comunitario, la Direttiva sui servizi di media audiovisivi, ma il governo di Orban, al di là di alcune revisioni della normativa più formali che sostanziali, è andato avanti per la propria strada.

L’Ungheria sprofonda nella libertà d’informazione. Secondo il rapporto di Reporter Senza Frontiere sulla libertà di stampa del 2010, quando arrivò al governo Viktor Orban, Budapest era al 23° posto. Solo tre anni dopo si trova al 64°. Un’escalation sulla quale Bruxelles ha poteri ridotti, visto che la libertà d’informazione e il pluralismo dei media restano competenze nazionali. Qualcosa potrebbe cambiare se la legge d’iniziativa popolare europea (Ice) “Iniziativa Europea per il Pluralismo dei Media” raccogliesse il milione di firme indispensabile per pretendere che la Commissione europea prenda posizione sull’argomento fornendole quel supporto popolare che a Bruxelles la politica non è mai riuscita a fornire. La scadenza per la raccolta delle firme è fissata al 19 agosto e a sperare non è solo l’Ungheria.

@AlessioPisano