“Quella mattina si doveva andare a Positano con il tuo gozzo. Eravamo tutti pronti per partire quando arrivò la telefonata dal Monaldi. C’era il cuore pronto per il trapianto. Fu una corsa a cambiarsi, lasciare il costume e infilarsi gli abiti d’ordinanza. Giacca in pieno agosto e borsa da lavoro; quella borsa che per il pittore diventa scrigno di cuori in mano al professore, sotto il sole cocente della banchina del porto di Capri in attesa dell’aliscafo. Una tempera a cui sono molto affezionato… Era il 1988 e stavano chiamando dall’ospedale. C’era il cuore… ‘C’è il cuore, c’è il cuore, c’è il cuore’, questa era la frase sussurrata che ci passavamo l’un l’altro, dopo averla appresa. Maurizio doveva partire. Ciao Maurizio, buona fortuna…”.

Maurizio sarebbe il professore Cotrufo, eminenza dei trapianti (nel 1988 fece il primo trapianto al Sud). Medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica per la Sanità Pubblica e professore Emerito di Chirurgia Cardiaca presso la Seconda Università di Napoli. Gianpaolo Porreca è scrittore prima d’infilarsi anche lui il camice bianco (ha esordito con A Gerben, con simpatia, scritto a soli 19 anni). Insieme hanno dato vita a una perla: La meravigliosa storia del trapianto di cuore a Napoli. Presentato da Francesco Durante e Ernesto Mazzetti che ha inaugurato gli incontri della Conchiglia, casa editrice di nicchia specializzata in opere sull’isola di Capri e guidata dal fiuto ineccepibile di Ausilia Venerusio.

A Barcellona un incidente stradale ha destinato un giovane studente a donare gli organi, è AB Rh positivo, il cervellone europeo non trova altri possibili riceventi compatibili se non il Sig. XY di Ponticelli, in lista d’attesa a Napoli. Non trema, è lucido e vigile: è certo il peggior candidato per un primo trapianto, 65 anni, il diabete, la broncopatia, le arterie della gamba malate, Barcellona è lontana e quattro ore di ischemia possono danneggiare il cuore, un insuccesso sarebbe una pietra tombale per il programma. Riflette, è forse l’ultima occasione concessa al paziente, la piazza attende la gloria, il mare di Napoli è azzurro e sereno, il Vesuvio gli sorride, il poker della domenica è stato fortunato… Come andrà a finire? La suspence è quasi da thriller.

Rushiedatu era invece la perfetta candidata per il trapianto. La bimba del Camerun che Cristina Molino ha in affido da un anno e mezzo. Cristina è una delizia di signora che dell’impegno umanitario ha fatto la sua religione. Lavora come volontaria nella sede milanese della UVI Unione Volontari per l’Infanzia. Mi mostra con orgoglio le foto di Rushiedatu che sorride dal suo iPhone. Ha nove anni, da tre ha saputo che il suo cuoricino è difettoso. Accidenti come è bella, due occhi neri spalancati sul mondo. Sogna di studiare in Italia e di fare la dottoressa perché vuole salvare i bambini con il cuoricino da aggiustare come il suo. Suona il telefono nel cuore della notte, ma la madre di Rushiedatu non risponde. Suona ancora a vuoto. Suona per due ore. Nessuno risponde. Cosa accidenti starà facendo la madre che avrebbe l’obbligo di essere sempre reperibile? E così il filo rosso che per un battito di ciglia ha legato i destini delle due bambine si spezza.

La morte prematura di una di loro è la zattera di salvataggio dell’altra. La procedura burocratica impone che se nell’arco di un paio d’ore non c’è risposta all’appello, il cuore va al prossimo della lista d’attesa. Ha ancora gli occhi umidi di pianto Cristina: “Si è persa una buona possibilità. Quel cuoricino era perfettamente compatibile… anche con le misure della cassa toracica. Di bambini che volano in cielo come angeli dalle ali spezzate ce ne sono pochi, assai meno di noi adulti”. E adesso? Bisogna aspettare ci sarà un altro cuoricino, ma l’aspettativa di vita di Rushiedatu, sempre che non ci sia il rigetto, è al massimo fino a 25 anni. Intanto la vita della bambina è legata al filo sempre più esile della clessidra della vita.

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