È una calda giornata di luglio. 

Le imponenti mura di recinzione che circondano l’edificio principale sono la prima cosa che mi lascio alle spalle quando oltrepasso il massiccio portone blindato, che sembra ruggire mentre si apre e si richiude a battente. 

Prima di arrivare alle “sezioni” che ospitano i detenuti devo percorrere alcuni metri a cielo aperto, interrotti da almeno altri due fabbricati di cemento armato e acciaio, all’interno dei quali vengo sottoposto a rapidi controlli dalle guardie carcerarie che mi riconoscono subito e si limitano ad una superficiale occhiata al “pass” che il loro collega mi ha rilasciato all’ingresso.

Mi capita spesso di addentrarmi dentro “l’inferno”. Lo chiamano così, quelli che ci finiscono dentro, per colpa loro o, in certi casi, anche per  un errore giudiziario.

Dentro “l’inferno” ci trovi quelli che sono gravati da una misura cautelare e che, secondo il magistrato, finché il procedimento non si conclude, potrebbero inquinare le prove, tentare la fuga o commettere un altro reato. Tra di loro anche chi sta scontando una condanna definitiva

Ho superato l’ultimo controllo e percorro gli ultimi metri all’aperto. 

Inevitabilmente alzo lo sguardo. Dalle inferiate saldate al perimetro di una finestra fuoriescono le braccia a penzoloni di un detenuto. Scorgo i suoi occhi rassegnati che fissano il vuoto. Dietro di lui credo di aver intravisto le ombre dei compagni che si agitano dentro la cella. 

Proseguo ancora.

Davanti a me sento il fischio del motorino elettrico che fa scattare la serratura dell’ultima porta d’acciaio che mi separa dall'”inferno”.  

Sono dentro. 

Noto che alcuni agenti della penitenziaria parlano tra di loro in modo concitato. Capita a volte quando ci sono problemi con i detenuti.

Il piantone mi fa segno di andare. 

Mi accomodo in una delle stanze messe a disposizione per i colloqui e attendo.

“Oggi è una giornata molto pesante.” Esordisce Marco che è appena sceso dalla seconda sezione. 

Marco ha 22 anni ed è nato in Marocco ma è in Italia da quando aveva dieci anni. Parla un italiano impeccabile. È cresciuto con gli zii e non ha mai conosciuto i suoi genitori. È dentro da 11 mesi per una rapina aggravata. Ha preso una condanna in primo grado di 3 anni. Abbiamo appellato la sentenza.

Marco è la prima volta che finisce in carcere e mi ha nominato da poco. È stato Michele ad avergli consigliato di nominarmi ed io sto facendo un favore a Michele, un mio cliente, che ha da scontare delle vecchie condanne per spaccio. Roba vecchia, ma con le quali prima o poi Michele sapeva di doverci fare i conti.

Michele ha sessant’anni e dal carcere ci era già passato. Visto che era uno dei più anziani aveva deciso di prendere sotto la sua ala protettiva quelli come Marco che fanno il carcere per la prima volta. Michele si è affezionato a Marco. Sarà per la differenza d’età. Marco potrebbe essere suo figlio. Michele mi ha chiesto di difendere Marco gratuitamente ed era molto contento quando gli ho detto che avrei accettato.

“Ne hanno portati altri due e adesso nel “buco” siamo in otto.” Mi dice Marco.

Lo guardo per niente sorpreso. Quel carcere aveva già avuto qualche problema: condizioni igienico sanitarie pessime e sovraffollamento. Soprattutto quando arriva l’estate e si riempie di ladruncoli e piccoli spacciatori.

“Hanno dovuto aggiungere un letto a castello. Siamo stipati come delle sardine. Con questo caldo non gira l’aria e mi sembra di soffocare. Facciamo a turno per stare in piedi, anche solo per dare un’occhiata fuori dalla finestra. Abbiamo una sola tazza del cesso per otto persone. E’ giusto secondo te?”

Marco è un ragazzino intelligente, più maturo della sua età. Lo guardo e ascolto senza fiatare. Annuisco soltanto e non posso fare altro che prenderne atto. 

Dopo lo sfogo iniziale parliamo d’altro. Di cosa farà un giorno quando sarà fuori e che dovrà cercarsi un lavoro. Ha deciso che si rimetterà in contatto con gli zii che non vede da un paio d’anni. Da quando ha deciso di vagabondare da una città all’altra. Nessuno da quando è dentro è mai passato a trovarlo. Forse nessuno dei suoi familiari sa che lui è dentro.

Noto che Marco non ha molta voglia di parlare, allora provo a cambiare discorso e a quel punto lui mi interrompe.

“Michele se n’è andato…”

“Michele se n’è andato?”, ripeto come un automa. 

Provo a spiegargli che è impossibile che Michele se ne sia andato, perché mi sarebbe arrivata una comunicazione in studio e comunque la sua posizione doveva essere ancora vagliata dal magistrato di sorveglianza. Mi sembra ridicolo dovergli spiegare che uno non può andarsene dal carcere quando gli pare. Ma subito mi rendo conto che sono io quello ridicolo. Marco ha gli occhi lucidi. In un istante realizzo e mi sento un groppo in gola.

“Quando è successo?” 

“Questa mattina. Durante l’ora d’aria. Nella cella in cui era stato trasferito le finestre del bagno erano abbastanza alte.. “

Era bravo con i nodi Michele. Li aveva imparati sul lavoro. Per molti anni era andato per mare. Imbarcato su un peschereccio. Michele era un pescatore.

Michele quella mattina aveva atteso che la cella si liberasse. Aveva preso un lenzuolo e aveva fatto un cappio ad una estremità. Poi lo aveva girato attorno al collo. L’altra estremità l’aveva già legata alle inferiate della finestra. Quindi si era arrampicato sul piccolo lavabo d’acciaio. Prima di andarsene aveva dato un’occhiata attraverso le sbarre. Fuori il cielo era di un limpido azzurro. Si era lasciato sfuggire un sorriso. 

Era una splendida giornata d’estate.